L’affaire Moro – Leonardo Sciascia

Il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, un commando delle Brigate Rosse trucidò la scorta del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e rapì il politico; Moro sarebbe stato sottoposto a processo nella “prigione del popolo” dei terroristi e infine ammazzato; il suo cadavere fu fatto ritrovare nel cofano di una Renault 4  in via Caetani il 9 maggio dello stesso anno: raggiunse in questo modo l’apice il terrore rosso in Italia. Leonardo Sciascia (Racalmuto, 19231 – Palermo, 1989), scrittore ma in quegli anni anche uomo politico, fu tra coloro che sostennero la necessità di trattare con le BR per salvare la vita di Moro; successivamente lo stesso Sciascia fece parte della Commissione Parlamentare d’inchiesta incaricata di far luce su tutta la vicenda. Nacque così un pamphlet intitolato L’affaire Moro, pubblicato per la prima volta nel 1978 e ampliato successivamente con l’aggiunta della relazione di minoranza della Commissione Parlamentare, redatta dallo stesso Sciascia.

Il volumetto si divide dunque in tre parti: la prima ricostruisce dettagliatamente gli eventi sottoponendoli ad una attenta analisi; la seconda ripercorre brevemente e schematicamente (ma sempre in maniera critica) la cronologia dei fatti; la terza contiene la relazione di minoranza.

Sciascia era profondamente critico nei confronti della politica della DC, che gli appariva ambigua e trasformista; non approvava neppure il progetto del cosiddetto “compromesso storico” tra DC e PCI di cui Moro era uno dei fautori. Dalle pagine dell’Affaire Moro emerge chiaramente l’ostilità dell’autore non solo verso la DC e la sua politica, ma anche verso la sua gestione rigida e intransigente del rapimento di Moro, per cui il partito rifiutò qualunque trattativa con i brigatisti. Moro invece, avversato e a tratti perfino disprezzato da Sciascia come uomo politico, in occasione del rapimento viene guardato dallo scrittore con gli occhi della pietà, poiché abbandonato anzitutto dal suo partito e dai suoi alleati, e perfino dalla Santa Sede.

Sciascia ricostruisce inoltre con grande accuratezza tutti gli errori commessi nel corso delle prime indagini, che mirarono ad ostentare un imponente dispiegamento di forze più che avere una efficacia sostanziale. Fu così che i terroristi riuscirono nelle ore e nei giorni immediatamente successivi al rapimento a riportare le loro auto nelle strade circostanti il luogo del misfatto, facendosi beffe della sorveglianza delle forze dell’ordine. Fu così che il covo delle BR di via Gradoli fu scoperto troppo tardi.

Dall’altra parte c’erano i terroristi. Ai rapitori di Moro Sciascia riconosce un trattamento piuttosto umano del prigioniero e qualche sprazzo di compassione (per esempio nel tono della telefonata che comunicava l’uccisione di Moro e le istruzioni per ritrovare il cadavere). Ma la condanna è forte e in un punto acquista quasi il tono di una maledizione.

Come è noto, Sciascia aveva una particolare passione per le trame gialle, che infatti caratterizzano la gran parte delle sue opere romanzesche (tra cui spiccano Il giorno della civetta e Todo modo) ma anche le sue ricostruzioni attente e precise, filologiche si può anche dire, di eventi della storia più o meno recente (La scomparsa di Majorana, I pugnalatori, La strega e il capitano). Con lo stesso metodo di indagine Sciascia affronta il caso Moro: esamina i fatti e rilegge i comunicati delle BR e le lettere di Moro note. Giunge così alla conclusione che i terroristi erano certamente sostenuti da una rete nazionale e internazionale; che il rapimento si sarebbe potuto evitare o, una volta avvenuto, risolvere positivamente; che Moro è stato ucciso due volte: materialmente dai terroristi ma idealmente anche dai suoi stessi compagni di partito e da tutti gli altri (il PCI, innanzitutto) che hanno rifiutato qualunque possibilità di accordo con le BR. Secondo Sciascia Moro inserì nelle sue lettere indizi cifrati sul luogo della sua prigionia e tentò anche di prolungare i tempi delle trattative per dar modo agli investigatori di individuarlo. Ma nessuno ha creduto (voluto credere? Sciascia non esclude motivazioni inconsce) che Moro fosse così lucido da elaborare questo piano; piuttosto hanno ritenuto (voluto sostenere? Un’altra scelta – dice ancora Sciascia – era possibile)  che il presidente fosse ormai succubo dei suoi rapitori e scrivesse sotto la loro influenza (o addirittura sotto la loro dettatura) cose che non aveva mai affermato prima né mai avrebbe affermato se fosse stato lucido; e questo ha decretato la sua condanna a morte.

L’affaire Moro suscitò, come è facile immaginare, grande scalpore e scatenò discussioni, anche tra Sciascia e un suo amico di sempre, l’artista comunista Renato Guttuso. Sta di fatto che alcune conclusioni a cui Sciascia giunse sono state poi confermate dalle indagini e dai processi che sono seguiti, come per esempio il fatto che si fosse creata una spaccatura nelle BR tra chi voleva salvare Moro e chi voleva ammazzarlo. E resta il fatto che, ancora una volta, Sciascia non arretra di fronte al potere corrotto o comunque miope ed egoista, anzi non esita ad individuare (o a cercare di individuare) le responsabilità e a chiamarle per nome e cognome.