La regola dell’equilibrio – Gianrico Carofiglio

La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio è uno dei più bei libri che io abbia mai letto, completo e profondo. Di questo autore avevo apprezzato La manomissione delle parole, che è un saggio e la raccolta di racconti Non esiste saggezza.
Della serie dell’avvocato Guerrieri, sebbene sia l’ultimo uscito, questo è il primo libro che leggo. Dovrò colmare presto la lacuna.

Guido Guerrieri è un personaggio straordinario, umano, giusto, ironico, intelligente ed emozionante, ed è circondato da una serie di personaggi altrettanto degni di nota.

La straordinarietà del libro non sta tanto nel giallo del caso di corruzione che Guerrieri deve risolvere, o meglio non sta solo, ma è la questione etica del rapp10393179_843184945723481_3410281360828931709_norto fra il magistrato e la Giustizia che lo rende così speciale. Un tema delicato trattato in maniera completa, in un romanzo che alterna senza strappi diversi registri narrativi, e diversi registri linguistici, a seconda del personaggio. L’autore è eccezionale nel passare da momenti narrativi, a momenti di saggistica (mai nessuno ha spiegato questioni giuridiche in maniera così chiara), a momenti lirici e commoventi. Altrettanto completo e ricco di sfumature e umano è il personaggio di Guerrieri, che, lasciatemelo dire, è l’avvocato che io avrei voluto sempre conoscere nella mia vita, ma che non ho mai incontrato.

Molto cara all’autore è, infine, la tematica della chiarezza del linguaggio giuridico. È un problema che ritorna da La manomissione delle parole. Il linguaggio viene usato dagli addetti ai lavori in modo volutamente poco chiaro per creare una casta. Cosa che non dovrebbe ovviamente essere, perché si affermi la Giustizia e quindi la Libertà. Questa citazione è emblematica:

“Se in un’arringa o una requisitoria parli in un italiano corretto, non ti riconoscono come uno del mestiere. Sei uno cui non dare credito. Il gergo dei giuristi è la lingua straniera che imparano – che impariamo- sin dall’università per essere ammessi nella corporazione. È una lingua tanto più apprezzata, quanto più è capace di escludere i non addetti ai lavori dalla comprensione di quello che avviene nelle aule di giustizia e di quello che si scrive negli atti giudiziari. Una lingua sacerdotale e stracciona al tempo stesso, in cui formule misteriose e ridicole si accompagnano a violazioni sistematiche della grammatica e della sintassi”