La Paura del Saggio (Le Cronache dell’Assassino del Re, parte 2) – Patrick Rothfuss

Devo confessarvi che prima di iniziare la lettura della seconda parte di questa trilogia avevo un po’ paura. Il romanzo precedente, “Il Nome del Vento“, mi aveva così tanto colpito che ero sinceramente preoccupato che il seguito non sarebbe stato all’altezza. Purtroppo la mia vita da lettore è costellata di “ottime prime parti con mediocri seguiti” e se nemmeno il grande George R. R. Martin è immune da questo genere di défaillance – dal quarto libro delle sue famose Cronache in poi (numerazione originale, l’ottavo per l’Italia) la narrazione, gli intrecci e la caratterizzazione si incrinano considerevolmente, con risultati deludenti sotto alcuni punti di vista – c’era una possibilità piuttosto concreta che uno scrittore “in erba” e con poca esperienza, come di fatto è Rothfuss, potesse buttare tutto alle ortiche senza nemmeno accorgersene.

Ma per fortuna Patrick sa il fatto suo ed è riuscito a dosare in maniera perfetta i vari tasselli di cui è composta la storia. Quello che ci si ritrova tra le mani dopo il sonoro ceffone ricevuto con la prima parte è un libro assolutamente maturo, bilanciato a regola d’arte (come il suo fratello maggiore) e che offre al lettore situazioni, alchimie e location fresche e incredibilmente stimolanti. La primissima parte del libro ha uno scopo ben preciso: aprirvi la porta, farvi accomodare sul vostro divano preferito – quello dove eravate seduti durante la lettura de Il Nome del Vento – e mettervi a vostro agio. Sarà una sorta di piccola riunione familiare, in cui ritroverete vecchi amici e vecchie situazioni, gli stessi odori e rumori a cui vi siete abituati in precedenza, e tutto tornerà improvvisamente vivido. Un piccolo prezzo da pagare (che se leggete i due libri uno di seguito all’altro potrebbe farvi temere di avere a che fare con un rimpasto un po’ insipido) per assestarvi ben bene prima del decollo vero e proprio.

E una volta che vi ha portato sopra le nuvole e vi siete slacciati le cinture, Rothfuss torna ai sui altissimi standard di narrazione. Il dettaglio sulla psicologia e il carattere di Kvothe si fa più nitido e il punto di vista si stringe ulteriormente attorno a lui, dipingendolo sempre di più come persona umana – e per questo vulnerabile e fallibile – piuttosto che come invicibile eroe fantasy senza macchia e senza paura. Questa è una delle cose che ho più apprezzato nella caratterizzazione del protagonista della prima parte e accorgermi, pagina dopo pagina, che l’autore manterrà lo stesso registro per tutta la storia, creando tra l’altro un solido – e coerente – intreccio tra presente e passato, mi ha confermato una volta per tutte quanto sia grande il talento di Patrick. Il ragazzo sicuro di sé, e a volte un po’ spavaldo, in queste pagine lascia spazio ad un uomo che lentamente prende consapevolezza dei propri limiti e delle sue paure, e cerca di superarli al meglio delle sue possibilità (fallendo in alcuni casi).

Ma quello che colpisce più di tutti è lo stile di scrittura e la poesia che gronda da ogni pagina. Quest’ultima, in particolare, è una qualità estremamente rara – fino ad ora mi è capitato, in modo meno costante e “avvolgente” rispetto a Rothfuss, solo con uno o al massimo due libri di questi 3 autori: Màrquez, Clarke e Sturgeon – in particolar modo se pensiamo che ciascun romanzo di questa trilogia è composto da circa 1000 pagine, e che non c’è un solo momento di stonatura. Credo che il lavoro di perfezionamento e correzione sia stato mastodontico, e non mi stupisce che il volume conclusivo non sia ancora uscito nonostante sia già stato scritto da un pezzo.

Confermo il precedente verdetto: Le Cronache dell’Assassino del Re restano saldamente tra le cose più belle che abbia mai letto.

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