La banalità del male – Hannah Arendt

Adolf Eichmann era un nazista tra i responsabili delle deportazioni degli ebrei così come della “soluzione finale” Aveva trovato rifugio in Argentina ma, indeciso tra il nascondersi per prudenza e millantare i propri trascorsi a beneficio dei nostalgici, venne rapito dai servizi segreti israeliani e portato in Israele al cospetto di un tribunale, per settimane e settimane di udienze, testimonianze, ricostruzioni, accuse.

Questo libro è, anche, il processo a quel processo, ponendo domande come: perché Eichmann venne giudicato nello stato e da un tribunale ebraici, e non nella sua patria nonché nella nazione dove aveva perpetrato i suoi crimini, come già era stato fatto a Norimberga? Quali prove sono state addotte a supportare l’accusa? La difesa fu abile o superficiale? Le testimonianze furono significative in relazione agli specifici crimini di Eichmann o alle colpe del Reich in generale? Come si comportarono le nazioni coinvolte nella seconda guerra mondiale, nei confronti della Shoah? Che ruolo ebbero gli stessi sionisti? Il governo di Israele voleva ottenere qualcosa al di là del mero processo ad un singolo uomo?

La Arendt, ripercorrendo la vita dell’imputato, dipinge un uomo confuso, privo di ideali e qualità personali, interessato alla propria posizione sociale, cieco alle sofferenze di un popolo che vede solo come oggetto di atti amministrativi, nella speranza di un avanzamento di carriera nella gerarchia nazista.

L’autrice fornisce un identikit di Eichmann, che al processo rappresentò se stesso come un semplice burocrate, né buono né cattivo ma mero esecutore delle direttive dell’apparato nazionalsocialista – un’immagine non priva di verità, nello svelare, più che malvagità, mancanza di umanità (ma vi è differenza?).