La bambinaia fotografa – Naima Comotti (a cura di)

La fama comporta inevitabilmente che la vita di una celebrità sia conosciuta e addirittura vivisezionata da pubblico e critica, non di rado con scarso rispetto per la dimensione privata della persona in questione. In questo senso è del tutto sui generis il caso della fotografa Vivian Maier (New York, 1926-Chicago, 2009), a cui nel 2014 Feltrinelli ha dedicato una raccolta di interventi critici che la riguardano (La bambinaia fotografa) ad accompagnare un film in dvd di John Maloof e Charlie Siskel in cui se ne ricostruisce, per quanto possibile, la vita e l’opera (Alla ricerca di Vivian Maier – La tata con la Rolleiflex). Fino a una decina di anni fa, infatti, nessuno sapeva nulla di Vivian Maier. Poi il caso ha voluto che la sua strada si incrociasse (almeno idealmente) con quella di John Maloof.

Nata da padre austriaco e madre francese, Vivian Maier ha vissuto una vita anonima e ritirata, prevalentemente negli States; eccentrica, misteriosa, collezionista ossessivo-compulsiva di oggetti di uso quotidiano, Vivian aveva la passione per la fotografia, che coltivò prima con una Rolleiflex e poi con una Leica. Ma delle decine di migliaia di foto scattate, solo una minima parte è stata sviluppata e stampata da lei. Anziana e indebitata, la tata fotografa è morta nel 2009; ma già da due anni John Maloof (anche lui, per certi versi, un personaggio misterioso), che per caso era entrato in possesso di alcuni scatoloni di lei messi all’asta e aveva scoperto al loro interno rullini, audiocassette e filmini, era sulle sue tracce. Non ha fatto in tempo a trovarla; ma ha cominciato a divulgarne i lavori.

Se la critica si mantiene ancora piuttosto cauta sull’opera di Vivian, il pubblico della rete e delle mostre che ormai si allestiscono in tutto il mondo, è entusiasta. Non pochi definiscono Vivian una fotografa di strada degna di stare accanto a nomi già celebri dell’arte fotografica (in particolare della street photography). Di certo colpisce anzitutto la quantità degli scatti, e anche come Vivian abbia potuto affinare la sua arte senza stampare le sue foto e senza quindi potersi confrontare con i propri eventuali errori. Colpisce la sua capacità di immortalare gli aspetti più diversi della realtà quotidiana, soprattutto i più umili e dolenti. Colpiscono i suoi innumerevoli autoritratti, che mostrano una donna semplice, spesso infagottata nei suoi abiti, senza trucco, con lo sguardo fisso: vagamente inquietante perché inquieta era lei.

Della sua vita non si sa quasi nulla, reperire informazioni è stato molto difficile. Non si sposò, non ebbe figli, aveva pochissimi amici: era sola e – così sembra si debba ricavare dai suoi scatti – alla ricerca di sé e del suo posto nel mondo. Le testimonianze di chi l’ha conosciuta sono a volte stranamente (o ovviamente) diverse e perfino contraddittorie. Probabilmente le sue fotografie (e non solo gli autoritratti) dicono di lei più dei pochi e spesso deformati ricordi di chi l’ha incontrata ma non l’ha mai conosciuta davvero.

In effetti è questo che più di tutto attrae il pubblico: il mistero che aleggia intorno a questa donna così riservata, stravagante, solitaria. Divoriamo le sue foto sperando che ci dicano qualcosa di più; e che magari facciano luce sulle sue ossessioni e sui suoi turbamenti (alcuni episodi della sua vita sono, a dire il vero, perfino disturbanti). Ma secondo molti siamo anche, e innanzitutto, davanti ad una straordinaria artista.

Tanti si domandano (Maloof per primo) se sia legittimo divulgare ciò che Vivian ha tenuto per sé (e che nella stragrande maggioranza dei casi lei stessa non ha mai visto). Sappiamo che, una volta, in Francia, Vivian tentò di farsi conoscere come fotografa, senza riuscirci; questo potrebbe farci sentire autorizzati a pubblicare i suoi lavori. Ma Vivian magari avrebbe scelto di esporne solo alcuni, e magari non quelli che piacciono di più a noi.

Ma ormai è fatta. Il passo è stato compiuto e, comunque sia andata, Vivian non è più sconosciuta. Anche se l’alone di mistero non è affatto diradato.