La bambina di neve – Eowyn Ivey

Questo è un libro che ti conquista piano, lievemente, come la neve che cade. Sin dalle prime pagine hai già la consapevolezza che sarà una storia favolosa, ma non avverti l’urgenza di divorare una riga dopo l’altra senza quasi respirare – piuttosto leggi lentamente, con attenzione, cercando di dare a ogni frase il suo vero significato – che non è quasi mai quello che sembra.

In questo romanzo si parla tanto della neve, ma più che di questa si racconta di un colore: il bianco. Il bianco accecante delle nevi perenni dell’Alaska, dove Mabel e Jack si sono ritirati a vivere contro il parere di tutti e lottando contro tutto, per sfuggire da una realtà quotidiana per loro divenuta intollerabile. Il bianco dell’assenza, del vuoto incolmabile e lacerante lasciato da qualcuno che non c’è mai stato, o che è rimasto con noi per davvero troppo poco tempo. Il bianco dell’innocenza, quella vera, che scorre limpida  e tenace come il gelido fiume Wolverine, che batte nei cuori leggeri delle aquile rapaci e in quelli pesanti e imponenti degli orsi grizzly. Il bianco della verità, implacabile e a cui non puoi sfuggire, proprio come la neve: una volta che inizia a cadere, non puoi fermarla in alcun modo.

Nelle terre gelide d’Alaska una coppia di mezza età senza figli, lacerata da un dolore segreto e antico, una sera costruisce quasi per gioco un pupazzo di neve che ha le fattezze delicate di una bambina. Il giorno dopo, intorno alla casa e nella foresta adiacente inizia a farsi viva una bimba di circa nove anni, leggera e silenziosa come la neve, con i capelli biondo platino e gli occhi chiari e trasparenti di chi non conosce la sua vera immagine. Ma Pruina è davvero il frutto di una magia, di un piccolo miracolo, il regalo tardivo che una vita arida e vuota ha voluto fare a Mabel e Jack? Oppure la sua origine è più tristemente terrena, una dei tanti bambini abbandonati a se stessi da genitori incapaci di curarsene, troppo concentrati sul proprio dolore e sui propri problemi per badare anche a quelli di chi, involontariamente, hanno messo al mondo? Non voglio rovinare la lettura a nessuno, per cui mi limiterò a dire che l’autrice è stata davvero brava a mantenere la tensione narrativa sulla reale origine di Pruina, e che la conclusione è davvero quella che non ti aspetti.

E, in ogni caso, questo conta poco. Non è un dettaglio così importante.

Quello che è davvero importante è vedere Mabel e Jack che piano piano – come i fragili bucaneve capaci di squarciare il ghiaccio freddo – tornano alla vita, alle risate, alla speranza del domani grazie a lei. Un ragazzo perduto e solitario, troppo arrabbiato con il mondo per rendersi conto delle sue meraviglie, che apre gli occhi e finalmente vede. Una piccola comunità dispersa e isolata, intorpidita dal freddo che c’è dentro e fuori, che si riunisce per creare qualcosa di bello.

Il personaggio di Pruina è uno dei più belli di cui io abbia mai letto. Bastava un filo di più per cadere nella caricatura, nel banale, nel già visto troppe volte. Invece no, lei è unica davvero, proprio come le dice Garrett: “non ho mai incontrato nessuno come te”. Pruina, che è forte e tenace e allo stesso tempo labile come neve sotto il sole. Lei che conosce le leggi della sopravvivenza e le rispetta, lei che sa quanto la natura possa essere allo stesso tempo meravigliosa e crudele. Lei che è capace di essere se stessa fino in fondo, consapevole del valore inestimabile della libertà. Lei che sa badare a se stessa nella natura selvaggia, ma è anche capace di riconoscere quando è necessario affidarsi a qualcun altro, con fiducia.

Lei che ha occhi che ricordano “l’azzurro increspato del ghiaccio nei fiumi, dei crepacci sui ghiacciai, del chiaro di luna”. Lei che sa qual è il limite e ti invita ogni volta a sfidarlo – ma tenendoti per mano.