It – Stephen King

Quando ero bambina ero terrorizzata da It. Mi bastava vedere alla televisione il trailer del film per dormire con la luce accesa per tre notti di fila. Ricordo che, dopo l’ennesima visione di quei dieci secondi di pubblicità che bastavano a spaventarmi a morte, avevo preso tutti i pagliacci di ceramica che avevo in camera e li avevo trasferiti nella stanza di mia mamma, tanto mi facevano paura: sono rimasti lì per un bel po’.

Poi, verso i quindici anni, la svolta: grande passione per i romanzi e i film horror, lettura accelerata dell’opera omnia di Stephen King – che considero tuttora un grandissimo scrittore – e soprattutto folle, completo, assoluto amore per It, un libro fantastico – in tutti i sensi dell’espressione. Per molto tempo è rimasto il mio libro cult, ci avevo trovato dentro un sacco di risposte a domande che mi ponevo da anni.

Trattandosi di un libro di più di mille pagine, è praticamente impossibile recensirlo in modo letterale. Senza voler fare dietrologia a tutti i costi, ci sono chiaramente due livelli in It – come in quasi tutti i romanzi di King, del resto. Il primo – e quello più visibile – è un racconto horror scritto benissimo, con mostri che vivono nelle fogne, un sacco di sangue, lupi mannari, spaventi a mezzanotte, bambini curiosi che fanno una brutta fine, un’intera città maledetta sotto il giogo del mostro, ragni giganti, brividi lungo la schiena, imparare a non accettare caramelle dagli sconosciuti. La seconda parte – quella più nascosta ma più profonda – è una bellissima metafora sulla paura, terrorizzante per quasi tutti, di crescere e diventare grandi. Ed è proprio di questa parte che vorrei parlare.

It, nelle sembianze di un pagliaccio inquietante e col trucco sbavato, rappresenta la paura di crescere. Passa come un assassino di bambini ma, in realtà, questi non vengono mai definiti morti. I sette ragazzini protagonisti – personaggi l’uno più bello e poetico dell’altro – sentono ancora le loro voci dai tubi di scarico, che li chiamano dicendo che laggiù non saranno costretti a diventare adulti. Ergo, chi si lascia ghermire da It non deve più crescere. Può sembrare anche uno scambio favorevole – la vita in cambio di un’infanzia eterna – ma lascia presto intravedere tutti i suoi dannosi limiti. Durante tutta la prima parte del libro, quella ambientata quando i ragazzi hanno circa undici anni – l’età magica, l’unica davvero sospesa tra infanzia e adolescenza – è una continua lotta per non lasciarsi prendere da It – o per resistere nel non seguirlo? la differenza è sottile – e per trovare un modo per sconfiggerlo una volta per tutte.

Le piccole convinzioni dei bambini si trasformano in armi invincibili – bellissimo il pezzo in cui Eddie spruzza in faccia a It un po’ della sua medicina contro l’asma gridando “è acido muriatico, brutto mostro!” e lo diventa sul serio – e dopo molte peripezie It è costretto ad acquattarsi nuovamente nella sua tana. Ferito, ma non sconfitto.

Nella seconda parte troviamo i sei personaggi – meno uno, il più fragile, quello che ha ceduto per primo – ormai adulti – ma anche questa è solo apparenza. In realtà non è cambiato niente, non hanno mai trovato il coraggio di superare le loro paure, i loro limiti, di affrancarsi da una situazione familiare o di vita pesante. Li vediamo dibattersi nella vita di tutti i giorni, circondati dalle loro fobie: Beverly è sposata con un uomo violento esattamente come lo era suo padre, Eddie è paralizzato dall’ipocondria, Bill nonostante il successo soffre ancora di balbuzie e non riesce a prendere in mano la sua vita. Sembra, quindi, che dopotutto It alla fine abbia vinto: non sono cresciuti, galleggiano in quell’infanzia eterna in cui il mostro trascina tutte le sue vittime. Solo riunendosi ancora una volta e decidendo finalmente di lasciarsi alle spalle tutti i traumi del passato – anche quando comporta scelte difficili e perdite molto dolorose – sarà possibile sconfiggere definitivamente It e nella cittadina di Derry, ora liberata, potrà tornare il sereno.

Cedere alle lusinghe del male significa in questo caso lasciarsi tentare da una vita-non-vita, priva di rischi e di responsabilità ma anche di quel brivido unico che ti fa capire che ce la stai facendo sul serio. Per crescere e diventare adulti bisogna un po’ morire, è questo il messaggio di It – si perde inevitabilmente qualcosa, non è sempre facile, ma quello che si riceve in cambio ne vale la pena. Come diceva quella famosa canzone, you bleed just to know you’re alive.