Ipotesi di una sconfitta – Giorgio Falco

Ipotesi di una sconfitta (2017) di Giorgio Falco (Abbiategrasso, 1967), vincitore del Premio Napoli 2018 nella sezione “Narrativa”, è un libro che, senza essere un capolavoro, ci mette davanti alla grave realtà del nostro tempo e ci obbliga a fare i conti con le nostre responsabilità. In un’intervista del novembre 2017, l’autore spiegava che il libro in questione è un’opera politica ma non è un atto d’accusa. Invece lo è, e in vario senso.

Falco ripercorre la propria biografia, seguendo il filo rosso delle esperienze lavorative: dal primo lavoretto estivo negli anni del liceo quando produceva spillette ai quindici anni trascorsi in un’azienda telefonica, passando per diversi altri impieghi. Infine, come a suo tempo ha abbandonato gli studi universitari, Falco lascia il mondo del lavoro per dedicarsi interamente alla scrittura.

Il libro si apre con un lungo capitolo dedicato al padre dello scrittore, immigrato dalla Sicilia negli anni del boom economico, impiegato nell’azienda dei trasporti milanese e docente di scuola guida prima di una morte prematura per malattia. Oltre a rievocare la figura del genitore, e il rapporto conflittuale con lui, Falco introduce in questo modo una “pietra di paragone”: il mondo del lavoro del padre, classe 1935, ma in realtà l’idea stessa che il genitore aveva del lavoro, è completamente diverso da quello del figlio. Dagli anni ’50 del secolo scorso ad oggi, il lavoro, l’Italia, il mondo sono profondamente cambiati.

Se per il padre dello scrittore il lavoro era un obiettivo raggiungibile e auspicabile, che garantiva una vita dignitosa e che, seppure a costo di sacrifici e lotte, prometteva emancipazione e benessere; Giorgio si rende conto fin da giovanissimo che il mondo del lavoro si fonda sullo sfruttamento e rischia di fagocitare l’individuo cancellandone personalità e desideri, mentre nessuna istituzione è disposta a rappresentare seriamente gli interessi dei lavoratori. Soprattutto a partire dagli anni ’90 la deriva è diventata un precipizio inarrestabile.

E così Giorgio, senza vera convinzione, boicottando a volte a se stesso i colloqui di lavoro, passa da un impiego all’altro, in città diverse, in settori differenti, attraversando quasi tre decenni. E se nei primi anni capitava ancora di incontrare colleghi interessanti, che avevano vite e storie originali (non importa se vere o frutto di fantasia) da raccontare (ad esempio “Olaf”), col tempo Giorgio si trova circondato da arrivisti senza scrupoli, la cui vita si identifica con il lavoro e con l’ambizione di carriera (come “Solo Cattiveria”) o, in alternativa, da impiegati rassegnati e proni, disposti a svendere anche i propri diritti per un salario per giunta incerto e irrisorio.

Falco rappresenta se stesso come un disadattato. Come non si è mai integrato davvero nell’ambiente scolastico e universitario, così attraversa il mondo del lavoro senza riuscire a farne sua la logica perversa. Il fatto di essere uno scrittore di certo non gli è d’aiuto, al contrario: fa sì che un’aura di diffidenza e di sospetto lo circondi e spinga addirittura l’azienda a demansionarlo.

È possibile ribellarsi? E cosa potrebbe o dovrebbe significare, oggi, ribellarsi? Dal libro emerge un profondo scoramento: il sistema sembra invincibile, dall’esterno come dall’interno: si può solo starci dentro, accettandone il meccanismo, oppure bisogna uscirne. Ma una volta usciti? Falco è uno scrittore, scrive libri, collabora ad un importante quotidiano (la Repubblica). Tutto questo costituisce un’alternativa reale a quello che si è lasciato alle spalle? Sembrerebbe di sì, anche se ci sono comunque scadenze da rispettare e soprattutto “teatrini” da recitare (come in occasione delle manifestazioni dei Premi letterari, a cui spesso Falco ha iscritto i propri libri).

Il libro lascia un senso di impotenza, di sconfitta. E bisogna ammettere che la realtà del mondo del lavoro è quella che lui impietosamente descrive. Il lavoro oggi più che in passato toglie tempo, fiato, energie, tende ad assorbire, ad asfissiare; mentre di contro non è particolarmente gratificante, né sotto il profilo economico né sotto altri punti di vista; e il precariato incombe. E si parla comunque dei privilegiati che un lavoro ce l’hanno. Per gli altri lo smarrimento e la disperazione sono ancora più terribili.

Sembra effettivamente che questa realtà, subita dai più, sia da loro stessi accettata come un dato di fatto incontestabile e immutabile; rispetto al quale solo un talento artistico (come la scrittura) potrà, almeno in parte, salvare. Ritmi massacranti, paghe basse, precariato sono allora anche il futuro che ci attende?

Arriviamo al punto. Ipotesi di una sconfitta è un libro politico (non c’è bisogno di aggiungere nulla per dimostrarlo), ma è anche, benché l’autore l’abbia negato, un atto d’accusa: come potrebbe non esserlo? Se il mondo del lavoro è cambiato, e degenerato, ci sono dei responsabili: questo regresso del capitalismo verso forme più o meno selvagge che sembrano riportarci indietro di secoli, è stato provocato dai suoi primi attori, i poteri forti dell’economia e della finanza. Ma c’è anche un’ulteriore responsabilità: l’accettazione del sistema, la rassegnazione, l’acquiescenza dei lavoratori, di noi lavoratori, di tutti noi. Che preferiamo fare la guerra tra noi e caliamo la testa di fronte ai capi cercando una realizzazione che per lo più non avviene o semplicemente uno stordimento che impedisca di pensare: perciò insoddisfazione, aggressività, nevrosi, depressione dilagano.

Ci vorrebbe una nuova rivoluzione dei lavoratori, che tornassero a pretendere diritti solidi e garantiti. Oggi però è più difficile rispetto a duecento anni fa: la memoria storica è corta; e basta uno smartphone in tasca (magari acquistato a rate o al mercato nero), per illudersi di essere partecipi di un progresso e di un benessere più illusori che reali. Finché la gran parte di noi resterà intontita e inerte, il cambiamento sarà impossibile.

E allora concludendo. Forse è addirittura il contrario. Ipotesi di una sconfitta è un atto di accusa (a padroni e servi, utilizzando una terminologia antica ma che più che mai torna attuale) ma non è fino in fondo un libro politico. Perché anche lo scrittore appare in effetti rassegnato, sfuggito al meccanismo maggiore, ma inserito in un ingranaggio laterale. “Politica” invece dovrebbe significare impegno concreto per migliorare le cose, a costo di scardinare completamente il meccanismo e con esso ogni certezza residua. Dobbiamo essere tutti più coraggiosi e più battaglieri.