Inferno – Dan Brown

Lo confesso: prima di cominciare a scrivere questa recensione, ho dovuto bermi mezza bottiglia di birra, altrimenti non ce l’avrei fatta. Si sa, bere per rifarsi dalle delusioni della vita è pratica tristemente nota; farlo per riprendersi da quelle letterarie forse lo è di meno, ma altrettanto efficace.

Una premessa doverosa: io, in barba a tutto il resto, amo Dan Brown. Ho letto tutto quello che ha scritto, in italiano e in inglese, comprese le liste della spesa. Ai tempi dell’università, ricordo che a un esame di storia del cinema ho citato alcune cose su Walt Disney che avevo letto ne Il codice Da Vinci, fingendo che fossero teorie elaborate da me – il professore mi sgamò in due minuti: “queste stronzate le ha lette sul libro di Dan Brown”. È vero, ma non lo rinnego: a Dan Brown va l’oggettivo merito di aver lanciato un filone divenuto in seguito popolarissimo, quello del fogliettone storico-esoterico che poco si cura dell’aderenza reale alla realtà, che vanta oggi milioni di imitatori – e, alla fine dei conti, di avere continuato a farlo meglio di tanti altri.

Fino a quando è arrivato Inferno.

images (1)Ho atteso l’uscita di questo libro come, ai tempi, attendevo l’arrivo della festa per i miei diciotto anni. Il fatto che la festa si fosse poi rivelata una delusione avrebbe dovuto mettermi in allarme, ma così non è stato. Chi attende di leggere il nuovo romanzo di Dan Brown non ha aspettative alte: sa perfettamente che non si tratterà del novello Alla ricerca del tempo perduto (che poi, diciamocelo, che palle Proust), ma si aspetta quantomeno una lettura avvincente e scorrevole, senza pretese ma in grado di riempire qualche ora in modo piacevole.

E invece no.

Cominciamo dall’argomento: Brown, conscio del fatto che Leonardo Da Vinci è ormai stato spremuto e abusato urbi et orbi, decide di puntare su un elemento un filino meno inflazionato: Dante Alighieri. Certo, anche su questo oscuro personaggio è già stato detto e scritto molto, ma volendo può fornire ancora qualche spunto. Il lettore, un poco insospettito, si mette sul chi va là, ma è ancora ignaro di quello che lo aspetta.

Il libro inizia con il solito Robert Langdon, la versione radical chic del ruspante Indiana Jones, che sfugge miracolosamente a uno squadrone di tizi di nero vestiti che vogliono fargli la pelle. Si risveglia in un ospedale di Firenze, illeso ma col curioso effetto collaterale di un’amnesia a breve termine. La dottoressa che lo assiste, giovane e bella (ma va?) gli salverà un’altra volta la vita, quando i tizi amanti del total black si ripresenteranno per finire il lavoro. Da qui, comincia una rocambolesca fuga senza capo né coda, disseminata di morti, voltafaccia, personaggi che appaiono e ricompaiono a seconda della necessità narrativa, paurose incongruenze, cambi di rotta del tutto privi di senso – in un’accozzaglia di parole e colpi di scena della quale è davvero difficile tenere traccia. Il fulcro del romanzo, lo si capisce subito, è l’epidemia della peste – e il cattivo da fermare, in questo caso, è un tizio picchiatello dotato di genialità matematica fuori dalla norma e fiumi di soldi che si è messo in testa di epurare un pochettino la terra, a suo avviso troppo affollata. Il povero Langdon non ci capisce un’acca, del resto Dante non è proprio il suo pane, è più ferrato su Leonardo da Vinci lui, e la Divina Commedia un filino tortuosa da leggere. Annaspa, commette errori grossolani, indossa giacche di tweed che non si abbinano coi calzoni, si innamora ma – ahilui – gli toccherà purtroppo scoprire che in amore e in guerra tutto è permesso. In un crescendo di assoluta follia, si arriva a un finale che ha dell’inverosimile, del tutto scollegato da quanto la trama ha voluto costruire fino a quel momento, di un’incongruenza tale da far affermare al lettore: “e adesso questo cosa c’entra?!”. Ovviamente, però, i buoni hanno la meglio e le ultime pagine sono liete: il mondo è ancora salvo, i casini che sono stati creati si possono sistemare con un colpo di spugna, e Langdon può tornarsene a sorseggiare un bourbon in poltrona davanti al camino della sua casa nel Surrey. Resta una domanda: e Dante? Qual ‘è il ruolo che Dante e la sua opera immortale hanno avuto in questo romanzo? Ma nessuno: siccome, però, la storia è ambientata a Firenze, citare Dante era necessario – e per motivare almeno in parte ciò, Dan Brown semina qua e là qualche versetto della Divina Commedia in una traduzione da brividi. Last but not least, Brown non lesina nemmeno un commento socio-politico sulla situazione italiana, mettendo in bocca a un guardiano notturno la frase: “in Italia il lavoro bisogna tenerselo stretto, anche quello noioso”. Forse, l’unica frase sensata di tutto il romanzo.