Inferno – Dan Brown

Non leggevo Dan Brown dai tempi de “Il codice da Vinci”, ovvero dal suo esordio. Ora mi sono trovata in mano questo libro soprattutto per due ragioni: l’essere da sempre intrigata dai thriller danteschi; il voler leggere di un romanzo ambientato a Firenze, città che proprio un po’ più tardi dell’uscita del libro, ho scoperto e visitato per la prima volta.

Le mie perplessità in confronto al libro di Dan Brown sono veramente molte. Tralascio la scrittura, che appare piatta e senza troppo emotività, nonostante il tentativo, a volte poco riuscito e banale, dell’autore di concludere ogni capitolo con un colpo di scena. Quello che non convince è soprattutto la trama, partendo dalle piccole contraddizioni disseminate in tutto il corso dell’opera. Langdon questa volta si trova senza memoria a Firenze, inseguito, senza che lui sappia il perché, da un’organizzazione segreta. Le sue fughe e le soluzioni agli enigmi che dovrà dare serviranno quindi a ricostruire tutto quello che era successo in precedenza e a salvare il mondo dall’ennesimo cattivo che, resosi conto dell’eccesso di popolazione nel mondo, vuole ora sterminarne due o tre miliardi. Affianca lo studioso la dott.ssa Sienna Brooks.

Cito solo pochi esempi di contraddizioni: all’inizio del libro Langdon si “vanta” di conoscere bene l’italiano. Quando poi incontra una parola enigmatica, “CATROVACER”, chiede all’amica Sienna images”, forse dimenticando che è un po’ improbabile trovare una parola italiana con consonante alla fine.

L’organizzazione segreta che insegue Langdon è un’organizzazione il cui scopo è fare favori, ogni tipo di favori, alla gente che li richiede. Il “rettore” Si trova quindi a nascondere per un anno colui che poi si scoprirà essere il cattivo, e a voler mantenere la parola datagli fino alla fine, anche a costo di fare inseguimenti rocamboleschi e a mettere a repentaglio la sua stessa vita.

Il piano progettato dal cattivo è quello di rilasciare un virus contagioso nel mondo. Langdon deve quindi seguire una serie di indizi che lo porteranno al luogo dove è nascosto la suddetta minaccia. Uno degli indizi è lasciato dallo stesso nemico, impresso dietro la maschera funeraria di Dante. Ma per quale oscuro motivo, colui che vuole fare il male, dovrebbe disseminare una serie di indizi che possono far saltare in aria il suo piano?

Infine, tutti i personaggi sono troppo complicati: quello che dava tutti i segni di essere dalla parte nemica si rivelerà buono, quello che era buono si rivelerà essere nemico ma tornerà ad essere buono. Un’impalcatura che manca di credibilità, un pilastro della narrazione che è stato dimenticato dall’editore (sorvolo sulla mia critica alla pubblicazione di autori con ormai un successo assicurato).

Nonostante la trama troppo costruita e poco reale, restano però due meriti a Dan Brown: comunque vada, riesce sempre a farci scoprire qualcosa su opere, città, monumenti e opere d’arte in maniera molto più piacevole che leggendo una noiosa guida turistica. In secondo luogo, ha fatto riflettere, almeno me, sulla sovrappopolazione del mondo e sui reali problemi che la natura ci urla disperata.

 Un’altra recensione su Inferno la trovate qui.