Il vecchio e il mare – Ernest Hemingway

Quasi tre mesi senza che un solo pesce abbocchi al suo amo e la sfiducia di tutti gli altri pescatori non bastano a fiaccare il vecchio protagonista, che decide comunque di prendere il largo e tener fede al mestiere di una vita. L’aveva sempre accompagnato un ragazzo, fin da quando aveva cinque o sei anni, ma i suoi genitori gli impediscono di seguire ancora quel vecchio pescatore inconcludente. È stato un peccato, perché proprio quel giorno si sarebbe consumata una battaglia avvincente, al limite tra la vita e la morte di un pesce, e dell’orgoglio del vecchio.
Il vecchio e il mare è tra i libri più famosi di Hemingway, gli è valso il premio Nobel per la letteratura nel 1952, così famoso da oscurare la fama e la bellezza di altri suoi capolavori. È una storia che emana tristezza ma risveglia l’orgoglio, la volontà di combattere per quello che si è conquistato, pur con la convinzione che si sarà sconfitti: un dovere morale e un valore inestimabile proprio perché senza possibilità di guadagno. È la storia di un vecchio, che potrebbe essere lo stesso Hemingway – ne sono una spia la familiarità con la vita da pescatore e l’uso frequente del discorso indiretto libero; è scritta come se fosse raccontata oralmente, e passando di bocca in bocca avesse conservato la semplicità e la brevità di una fiaba, insieme con un istintivo bisogno di empatia per il vecchio e anche per il ragazzo, sebbene questi compaia solo nelle prime e nelle ultime pagine del libro. Si può annoverare, la storia del vecchio, tra le avventure beat tipiche di questa generazione: dai viaggi senza meta di Kerouac all’esperienza bellica di Robert Capa, ad esempio; di quelle che ti spalmano addosso la voglia di svincolarti dal presente e partire, con un taccuino e una macchina fotografica in mano. Anche se torni solo con una lisca di pesce, chi mai potrà farti scordare la battaglia combattuta per conservarla?