Il traduttore del silenzio – Daoud Hari

Daoud Hari ha poco più di trent’anni ed è originario del Sudan, in particolare di quella regione tristemente famosa che è il Darfur. Dopo la distruzione del suo villaggio, Hari, che ha avuto il privilegio di studiare in patria e all’estero (nel 2000 l’analfabetismo in Sudan sfiorava ancora il 43%), è diventato interprete e guida di giornalisti occidentali e di organizzazioni umanitarie e ha varcato più di una volta il confine tra la sua terra e il vicino Ciad. Ricercato dal governo sudanese come spia, nel 2006 è stato imprigionato e torturato; sfuggito alla morte grazie ad una massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale e all’intervento diretto degli USA, oggi vive a Baltimora.

Il traduttore del silenzio (The translator: a tribesman’s memoir of Darfur), pubblicato nel 2008, è l’opera con la quale Daoud Hari ha voluto raccontare al mondo la propria storia e quella della sua famiglia, decimata nel corso degli scontri civili che da anni insanguinano il Darfur; ma soprattutto ha voluto lasciare testimonianza diretta degli orrori che si verificano in quella regione. Il resoconto è rivolto direttamente al lettore; l’espressione è semplice, immediata, scorrevole, a tratti perfino ironica, ma anche di indiscutibile efficacia, tanto che certe immagini restano impresse in modo incancellabile. Più della ripresa di una telecamera. L’episodio che forse colpisce di più, e che più ha traumatizzato lo stesso autore, è quello della piccola profuga di quattro anni che viene infilzata, viva, su una baionetta. Fino alla morte. Davanti agli occhi del padre che ha cercato di salvarla.

Il Darfur è la regione occidentale del Sudan, vasta quanto la Francia, e il suo nome significa “terra dei Fur”. I Fur sono una delle tribù indigene, come gli Zaghawa (a cui appartiene Hari) e i Massalit. Il Sudan è stato protettorato anglo-egiziano ed ottenne l’indipendenza nel 1956; da quel momento si sono succedute, fino ad oggi, diverse dittature militari. Nel 1989 ha preso il potere il generale Bashir, tuttora alla guida del Paese. Il dittatore ha ripristinato la Sharia ed ha inaugurato una politica durissima nei confronti di tutti i dissidenti. All’inizio degli anni Novanta Bashir ha scatenato i nomadi arabi del sud (janjaweed) contro i villaggi non-arabi: secondo Amnesty International le vittime sono state due milioni, i profughi più del doppio. Bashir ha stretto inoltre rapporti con Bin Laden, più volte ospitato nel Paese, ed altri estremisti islamici, accogliendo anche alcuni loro campi di addestramento. Dopo l’11 settembre 2001 Bashir si è schierato con gli USA contro il terrorismo islamico; all’interno del Paese ha però continuato a fomentare gli scontri, promuovendo l’identità araba a spese di quella indigena africana, rompendo così una convivenza durata secoli, non sempre pacifica ma mai seriamente compromessa. La guerra, ormai legata anche inevitabilmente alla questione petrolifera, è continuata nonostante gli interventi internazionali, finché nel 2003 il campo di battaglia si è spostato soprattutto nel Darfur.

In Darfur il conflitto ha assunto l’aspetto della guerra etnica tra Arabi e non-Arabi. Le ragioni profonde sono in realtà molteplici e sono collegate anche alla grave penuria di terra e di acqua (il sottosuolo del Darfur è ricco di acqua dolce che potrebbe essere sfruttata). Mentre nel passato anche recente le diverse etnie convivevano in sostanziale equilibrio, i matrimoni misti erano numerosi e tutto era reso più semplice anche dalla condivisione della fede islamica a cui aderisce la maggior parte della popolazione, da anni la regione è invece teatro di scontri violentissimi: presso le tribù indigene migliaia sono i villaggi distrutti e le donne stuprate, centinaia di migliaia le vittime, milioni i profughi. I soldati dell’Unione Africana e i caschi blu dell’ONU si sono rivelati impotenti. Nel marzo del 2009 è stato infine emesso un mandato di cattura internazionale contro Bashir per crimini di guerra e contro l’umanità. Il dittatore, dal canto suo, ha inaugurato nel 2008 un lussuosissimo albergo di Khartoum realizzato con denaro libico da una ditta italiana, su progetto italiano; insiste nel negare gli stupri subìti dalle donne del Darfur; continua a recarsi all’estero (Egitto, Eritrea, Libia, Qatar) in occasione di incontri internazionali. Nei primi mesi del 2010 il conflitto in Darfur ha avuto ufficialmente termine e nel luglio Bashir, che in primavera era stato rieletto non senza contestazioni sulla validità del voto, è stato raggiunto anche dal mandato di arresto per il crimine di genocidio. Il generale continua però a governare e la nascita, nel 2011, della Repubblica del Sud Sudan indipendente non ha posto fine ai conflitti e alle violenze nel Paese. Anche in Darfur gli scontri proseguono.

Daoud Hari, con il suo libro, ha voluto richiamare l’attenzione sul dramma della sua terra e richiedere un intervento risolutore dei grandi del mondo. Egli sostiene infatti che se alla gente del Darfur sarà impedito di tornare nella regione e di ricostruire i propri villaggi, questo costituirà un precedente molto grave. Dimostrerà infatti che il genocidio è una soluzione considerata valida e universalmente accettata.

Le responsabilità dell’Occidente in Africa sono gigantesche, quelle delle antiche colonizzazioni e quelle del più recente e sotterraneo neo-colonialismo; gli interessi economici e politici delle potenze mondiali continuano a prevalere sulle ragioni della giustizia e dell’equità. Accecata dai vantaggi immediati (di pochi), questa scriteriata politica non riesce neppure ad intravvedere che l’Africa nera è una polveriera, che in futuro rischia di esplodere anche direttamente contro di noi. Anzi, si continua ad armarla nonostante l’embargo dell’ONU.

N.B. Per chi fosse interessato, sul mio blog personale è possibile leggere questo stesso pezzo ampliato e arricchito da ulteriori link.