Il rumore delle cose che cadono – Juan Gabriel Vásquez

Quando ho scelto il romanzo Il rumore delle cose che cadono (El ruido de las cosas al caer, 2011)  di Juan Gabriel Vásquez mi aspettavo qualcosa di diverso. La quarta di copertina parla di un thriller politico ambientato durante la guerra di droga che sconvolse la Colombia negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso ed io, sempre alla ricerca di storie che, seppur frutto di invenzione, aprano una finestra su una realtà politica, sociale, culturale che merita di essere conosciuta e meditata, ho preferito questo libro tra i tanti sugli scaffali. Sono rimasta però delusa perché la questione politica resta sullo sfondo, vagamente tratteggiata piuttosto che descritta in maniera ampia e dettagliata.

Il romanzo si svolge su tre piani temporali e la voce narrante è quella di Antonio Yammara, che tuttavia è difficile definire anche protagonista; quanto meno, Antonio condivide questo ruolo con il personaggio di Ricardo Laverde. La figura di quest’ultimo domina gran parte del romanzo, con i misteri che circondano la sua vita avventurosa e la sua morte per mano di un killer. Antonio e Ricardo si conoscono in un bar dove si gioca a biliardo, ma non hanno il tempo per approfondire questa conoscenza perché Ricardo viene assassinato. Tuttavia, siccome per puro caso Antonio è stato coinvolto nella sparatoria, tra i due si crea inevitabilmente un legame. Al trauma dell’agguato e della lenta e difficile convalescenza si aggiunge perciò in Antonio una vera ossessione nei confronti di Ricardo e della sua storia. Qualche tempo dopo, quando sarà rintracciato dalla figlia di Ricardo, Antonio avrà finalmente la possibilità di conoscere gli eventi da cui tutto ha avuto inizio.

Lo sfondo sociale e politico è fondamentale nello svolgimento della storia, ma vi si allude più che definirlo precisamente. Dalle parole di Antonio e anche della figlia di Ricardo, che sono nati nei primi anni Settanta, emerge il segno profondo e doloroso che le vicende legate ad Escobar e al narcotraffico hanno lasciato: un’intera generazione è cresciuta nella paura, perché si sparava quotidianamente nelle strade e quindi si viveva un senso di precarietà che nei bambini e nei giovani, privati dei giochi all’aperto e delle uscite spensierate, non può che aver provocato un trauma. Si intravvede anche la Colombia degli anni Sessanta e Settanta, in cui i Corpi di Pace cercavano di portare acqua, vaccini, istruzione, soprattutto presso le comunità rurali, che erano quelle che vivevano in condizioni di maggiore arretratezza; eppure gli stessi Corpi di Pace non erano affatto privi di ombre. Tuttavia il lettore sente il bisogno di una descrizione più dettagliata della Colombia del secondo Novecento (nel libro per esempio non si fa nessun accenno alla guerriglia, alle FARC e al loro rapporto con il narcotraffico) e anche della Colombia contemporanea: il libro lascia intendere che con la morte di Escobar è finita la stagione del terrore; tuttavia il narcotraffico e la violenza esistono ancora, pur essendo cambiate le modalità del losco commercio, e sono ancora intrecciati a doppio filo con la politica.

Il romanzo è incentrato soprattutto su due storie d’amore, quella di Ricardo e di Elaine/Elena e quella di Antonio e Aura. Tra queste due storie, pure molto diverse e distanti nel tempo, l’autore ha creato un parallelismo, lasciando intendere che alcune vicende potrebbero ripetersi; o magari no, se Antonio saprà imparare una lezione dalla storia di Ricardo. In ogni caso queste storie, fatta eccezione per qualche sprazzo (per esempio l’amore per il volo che Ricardo porta nel sangue), sono copioni piuttosto prevedibili e declinati in maniera non particolarmente originale.

Per il resto bisogna riconoscere che la narrazione scorre chiara e gradevole; lasciano perplessi solo le ricorrenti similitudini che spesso suonano decisamente stravaganti e a volte anche poco chiare: un tocco di originalità non riuscito e che tra l’altro stride con uno stile che per il resto è semplice e colloquiale. In breve, un romanzo che si può leggere piacevolmente, ma che è poco più che puro intrattenimento.