Il resto di niente – Enzo Striano

Quando si parla di romanzo storico, i primi nomi che emergono dalla memoria (scolastica) sono quelli di Walter Scott e Alessandro Manzoni. Ma tra Ottocento e Novecento tanti altri grandi scrittori si sono cimentati, ciascuno con la propria ispirazione ed il proprio stile peculiari, con il romanzo storico: per il secolo scorso basti citare Tomasi di Lampedusa e il suo Gattopardo, Leonardo Sciascia e il suo Consiglio d’Egitto, Umberto Eco e il suo Nome della rosa. Ma naturalmente non sono gli unici. Nel 1986, dopo tre anni alla ricerca di un editore, il giornalista e scrittore napoletano Enzo Striano (Napoli, 1927 – 1987) pubblicava Il resto di niente, romanzo storico incentrato sulla figura della scrittrice e rivoluzionaria Eleonora Pimentel Fonseca.

Il romanzo segue le vicende della vita di Eleonora dalla sua infanzia romana al trasferimento a Napoli al suo progressivo coinvolgimento nelle idee illuministe e nelle vicende della rivoluzione francese e della Repubblica Napoletana del 1799 fino alla condanna a morte. Concedendosi la libertà, già riconosciuta da Aristotele e poi da Tasso e Manzoni al “poeta”, Striano integra le note vicende storiche con l’invenzione, restando però aderente allo spirito dei tempi e degli eventi narrati.

La figura di Eleonora è tratteggiata con grande cura, mettendone in risalto l’intelligenza, la curiosità, una femminilità che fatica a trovare la propria strada stretta tra vincoli familiari e culturali da una parte e l’orgoglio e i desideri dall’altra, gli entusiasmi e le fragilità, l’immaturità e la saggezza: un personaggio vivo e vero, i cui drammi personali si intrecciano a doppio filo con le grandi tragedie della storia. Intorno a lei si muovono numerose altre figure, in particolare quelle degli altri rivoluzionari: da personaggi storici come Domenico Cirillo, Mario Pagano o Gennaro Serra a personaggi d’invenzione come Vincenzo Sanges; ciascuno con il proprio carattere, i propri tic, le idee, le battaglie, i ripensamenti.

Gli ambienti sono inoltre descritti con grande dovizia di particolari: case, stanze, mobilio, strade, piazze… e la stessa cura del particolare è dedicata agli abbigliamenti e ai cibi. Possiamo quindi attraversare insieme ai personaggi i luoghi della Napoli settecentesca: dal centro storico pullulante di vita, dove si incrociano re e nobili in carrozza, laboriosi bottegai e lazzari sudici e rumorosi, con le bancarelle di cibo che riempiono i vicoli di profumi e i rifiuti e gli escrementi che li appestano con i loro miasmi; alle colline ancora prevalentemente occupate dalle campagne ma su cui campeggia Castel S. Elmo, che sarà l’ultima roccaforte dei “giacobini” napoletani a cadere. Seguiamo anche l’evoluzione della moda e quasi assaporiamo i piatti che si portavano in tavola. Un affascinante, mai pesante, mai noioso, affresco di un’epoca.

Quando comincia a soffiare il vento della rivoluzione Eleonora si entusiasma, concependo anche il progetto (compreso e condiviso da pochissimi) di educare e istruire le masse dei lazzari ignoranti e inconsapevoli. Tutto termina con il ritorno dei Borbone a Napoli e la condanna a morte dei rivoluzionari, compresa Eleonora. Cosa rimane della breve, intensa, fallimentare esperienza sua e della Repubblica Napoletana? Il titolo del romanzo suggerisce una risposta pessimistica: “il resto di niente”, espressione napoletana tipica che significa “niente di niente, niente del tutto”. Ma se ancora oggi ricordiamo Eleonora e gli eventi di cui fu protagonista è perché hanno avuto un grande peso e dagli errori di allora possiamo trarre insegnamenti validi ancora oggi.

Educare le masse resta un valore tuttora assolutamente condivisibile, soprattutto nel nostro meridione d’Italia, dove la Storia ha deluso più volte, ma la cultura può vincere la sfiducia e il disinganno. Il tempo della Storia subita deve essere lasciato alle spalle; è tempo di fare la Storia, tutti insieme, senza esclusioni e in piena consapevolezza. Solo così il divario che ancora innegabilmente sussiste tra Centro-Nord e Sud potrà essere davvero colmato.