Il reading

Mentre aspetto che arrivi la scrittrice, leggo il suo ultimo libro, che ho quasi finito – fortunatamente, aggiungo, perché uno dei relatori ne parlerà per mezz’ora, anticipando molti degli eventi narrati.

Arriva Lei, vestita in un modo che, nella mia ignoranza in fatto di look, definirei “dark”, molto curato. Resta in posa per dieci minuti buoni, a disposizione di un fotografo professionista, e questo cozza un po’ con il mito – tutto mio, forse – di autori/autrici introversi, schivi, vestiti in maniera approssimativa. In quel momento mi chiedo quanto il look sia legato al personaggio e quanto alla persona. D’altro canto, non sembra neanche una mossa per attirare un certo tipo di pubblico, dato che intorno a me, nella sala letture, non vedo emuli di Robert Smith: non si va oltre un po’ di matita a contorno di occhi femminili.

Tutto questo però non ha niente a che vedere con lo stile narrativo dell’autrice. Nella mia ignoranza, posso solo dire che mi piace, ma mi fido dei più colti di me quando dicono che ha inventato un “nuovo modo di scrivere”.

Dopo circa un’ora dall’inizio, mentre Lei è rimasta quasi immobile per tutto il tempo, la deputata alla lettura di brani dal romanzo – probabilmente una commessa scelta a caso, non certo una professionista – cede il microfono all’autrice. La mia reazione, come quella degli stessi relatori, è di stupore: legge benissimo, senza esitazioni, con trasporto e interpretazione – che, ahimè, mancano alla commessa.

Arriva il momento delle domande, alzo io la mano – dopo di me, solo un signore che sembra fatto di LSD e parla dell’importanza dell’io collettivo. Naturalmente ho passato gran parte del tempo a cercare un quesito intelligente. E come al solito non ne ho trovato uno. Avevo pensato di chiederle qualche suggerimento per aspiranti scrittori che volessero ottenere la pubblicazione del proprio lavoro e non potessero contare su un incipit come quello del suo primo romanzo, ma mi sembra inutile, perché proprio lo stile è il punto di forza dell’autrice. Cambio idea.

– So che tua madre è scrittrice…

Me la indicano, è in prima fila. Mi dicono che suo padre è un insegnante di letteratura. Io continuo, balbettando:

– Ecco, visto che entrambi abbiamo origini sicule, vorrei chiederti se e come l’ambiente in cui sei cresciuta ha influenzato la tua formazione letteraria.

L’appassionato relatore e la relatrice – che dice di aver trascorso qualche mese in India – si affrettano a dire che Catania, Pirandello, Bellini e così via. Ma la Catania che conoscono è quella dei libri, mentre Lei sa cosa vuol dire crescere in una città “in cui i cigni della villa comunale muoiono”: la situazione reale è molto diversa, e aggiunge di non aver frequentato nessun particolare gruppo di amicizie con cui condividere il suo amore per la letteratura. Conclude quasi con timidezza, come se non fosse sicura di aver risposto alla mia domanda, ma le dico che va bene così, perché in effetti è vero.

L’idea che mi sono fatto è che Lei non sia diventata una scrittrice di successo grazie a un ambiente particolarmente favorevole o a una società in cui la cultura rivesta un posto di rilievo tra gli adolescenti, ma grazie forse al supporto dei genitori e sicuramente grazie al talento e all’impegno personale. Se possibile, le conferisce un merito maggiore.

Finisce l’evento, c’è il tempo per mettersi in fila e ottenere la dedica sul libro, un rito che non se asseconderei, ma il mio Kindle mi toglie dall’imbarazzo; inoltre sono venuto da solo, perché non ho amici che vadano ai reading, per cui esco dalla libreria. Prendo la metro e impiego i quaranta minuti che mi separano da casa leggendo.