Il piccolo acrobata – Raymond Gurême con Isabelle Ligner

Il 4 ottobre 1940 è una data rimasta tragicamente impressa nella memoria di Raymond Gurême, nomade francese appartenente ad una famiglia di giostrai: aveva 15 anni e fu internato con la sua famiglia nel campo di Linas-Montlhéry, allestito nell’autodromo. Nel 2011 è uscita l’autobiografia di Raymond, scritta in collaborazione con la giornalista Isabelle Ligner e intitolata Interdit aux nomades: il titolo deriva dal divieto apposto su un cartello che Raymond ha trafugato e provocatoriamente collocato all’ingresso del terreno su cui sorge la sua baracca e dove trova posto la sua amata roulotte insieme a quelle dei figli. In traduzione italiana il libro ha preso il titolo Il piccolo acrobata.

Nella Francia occupata dai Tedeschi, anche gli zingari subiscono persecuzioni e deportazioni. Tra questi Raymond Gurême e la sua famiglia. Giostrai da generazioni, orgogliosi della loro vita nomade, Raymond, i genitori, i fratelli e le sorelle vengono internati nell’ottobre del 1940 e patiscono la fame, il freddo, le violenze dei gendarmi francesi collaborazionisti. Riuscito a fuggire, Raymond si ritrova, adolescente e solo, a cercare la maniera di sopravvivere. Tutta la famiglia scampa allo sterminio e nel 1950 Raymond può ricongiungersi ai suoi familiari. Ma le persecuzioni hanno lasciato il segno; e le ferite non possono rimarginarsi, anche perché la diffidenza e perfino l’odio nei confronti degli zingari in Francia resta forte a tutt’oggi.

Del Porrajmos, lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale, si parla ancora poco, sia perché, a differenza di altri gruppi di perseguitati, Rom e Sinti non hanno una ricca letteratura scritta che si faccia portavoce dei loro valori e dei loro drammi; sia anche perché in Europa i pregiudizi verso di loro sono, tra tutti, probabilmente i più radicati e diffusi: troppo inconciliabile appare, evidentemente, a tanti la vita nomade con quella stanziale, troppo sfuggenti e distanti questi uomini e queste donne che non solo hanno conservato fortissimo il senso delle proprie radici (come gli Ebrei) ma che rifiutano tutti gli usi più comunemente diffusi. Raymond Gurême ha però deciso di raccontare e dalla pubblicazione del libro memoriale non si è più fermato: nonostante la sua veneranda età non perde occasione di portare la sua testimonianza. Che non si limita agli eventi della seconda guerra mondiale ma arriva fino all’oggi (anche oltre l’anno di pubblicazione del libro, come dimostrano eventi successivi).

Come tanti altri scampati allo sterminio nazista, anche Raymond ha mantenuto il silenzio per decenni, perché era troppo doloroso raccontare e pochi erano disposti ad ascoltare. Ma la memoria è sempre necessaria. A maggior ragione quando si cerca di cancellarla, come si è fatto in Francia dove per decenni sulle persecuzioni degli zingari è calato un silenzio pressoché assoluto (e solo nel luglio 2010 le autorità le hanno per la prima volta riconosciute). E dove manca la memoria, l’orrore più facilmente si ripete: i nomadi francesi soffrono tuttora per una legislazione penalizzante, che indirettamente li spinge a lasciare il Paese o a sedentarizzarsi e che di certo non facilità la loro convivenza con gli stanziali.

Raymond, che ricorda ancora con tanta tenerezza l’infanzia circense, faticosa ma allegra, in viaggio per la Francia, il Belgio e la Svizzera; e che conserva un amore assoluto per una vita libera, mai costretta a legarsi ad un luogo, non è disposto a cedere. Anche per quei 15 figli e le decine di nipoti e pronipoti che lo circondano: lui, il patriarca, sente il dovere di battersi per loro.

Raymond non nasconde la sua aggressività, soprattutto nei confronti delle forze dell’ordine, né le illegalità commesse, che lo hanno portato più volte in carcere. Ma ci obbliga tutti a riflettere sui segni indelebili che la persecuzione ha lasciato su di lui e sui soprusi, spesso da parte delle stesse forze dell’ordine, che lui e la sua famiglia hanno subito e ancora subiscono.

In effetti Raymond una sede se l’è scelta, benché si riservi la libertà di ripartire e la rivendichi con forza: un terreno di fronte alla collina dove sorgeva l’autodromo dove fu internato nel 1940; da lì ha portato via il cartello (paradossale) che ha esposto al confine della sua proprietà; lì si sente attratto a rimanere (o a tornare): perché lì la sua vita è cambiata per sempre.