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Il grande Gatsby – F. Scott Fitzgerald

Ragioni di lavoro, e il prezioso suggerimento di una collega, hanno fatto nuovamente incrociare la mia strada con quella di F. Scott Fitzgerald (St. Paul, 1896 – Los Angeles, 1940) e del suo romanzo Il grande Gatsby (The Great Gatsby, 1925). Avevo già letto il libro una quindicina (e più) di anni fa e lo avevo del tutto rimosso, tanto da non ricordarne neppure la trama nelle linee generali: me ne era rimasta solo una sensazione di noia e di delusione. Rileggendolo dopo tanto tempo, posso senz’altro dire di averlo riscoperto: occorre probabilmente un’età più matura per comprendere ed apprezzare pienamente questo classico del primo Novecento.

Nick Carraway racconta, a distanza di due anni, gli eventi dell’estate del 1922, quando ha conosciuto e frequentato Jay Gatsby, affascinante organizzatore di feste sfarzose a Long Island. Intorno a Gatsby aleggiavano il mistero e il sospetto: apparentemente impassibile e distaccato, col suo sorriso enigmatico e seducente, Gatsby nascondeva passioni e gravi segreti. Nel giro di quell’estate tutto è stato svelato e si è risolto drammaticamente.

In un primo momento Fitzgerald propose alla casa editrice un romanzo in parte diverso: esso però non convinse del tutto l’editor, che suggerì all’autore alcune modifiche. Lo scrittore si rimise al lavoro e così vide la luce Il grande Gatsby. La prima versione, rimasta a lungo dimenticata, è stata  ripubblicata alla fine degli anni Novanta col titolo che Fitzgerald avrebbe preferito (Trimalchio), e oggi è disponibile anche in traduzione italiana (Trimalcione).

Il titolo Trimalcione deriva da un’opera tra le più originali e interessanti della letteratura classica, il romanzo (ma “romanzo” è definizione moderna e comunque riduttiva) Satyricon attribuito a Petronio, un esteta ante litteram vissuto all’epoca dell’imperatore Nerone (I secolo d.C.). Trimalcione, nell’opera di Petronio, è un rozzo parvenu, che fa sfoggio in maniera eclatante e volgare delle proprie ricchezze; dietro però l’ostentazione e la frivolezza, e dietro ogni sorta di oscenità e depravazione di Trimalcione e dei parassiti che lo circondano, si celano il senso doloroso del tempo che passa e la paura della morte incombente. Tutto il mondo del Satyricon è moralmente degenerato e Fitzgerald dovette avvertire il richiamo di quest’opera antica eppure incredibilmente moderna, in cui Petronio dipinge con tinte grottesche un’atmosfera decadente, un mondo in decomposizione che poteva assomigliare agli States alla vigilia del 1929 (e perfino alla nostra realtà attuale).image_book.php

Col Grande Gatsby, infatti, Fitzgerald non solo faceva i conti con il proprio  modo di vivere dissoluto, ma rappresentava un intero mondo che andava in rovina. I ricevimenti di Gatsby offrono ai ricchi l’opportunità di sfoggiare abiti e gioielli e agli altri di scroccare ospitalità e leccornie; ma dietro la facciata sono in pochi a divertirsi davvero: una donna canta e piange, un uomo con gli occhiali si rifugia ubriaco nella biblioteca della villa, le coppie litigano… e intanto Gatsby resta in disparte, unico a non cercare l’oblio nei bagordi, ma comunque assente, interamente assorbito da un sogno romantico a cui ha dedicato la vita. Bello e maledetto, rappresentato però a tratti in una maniera che risulta vagamente caricaturale, Jay Gatsby è condannato alla solitudine e al fallimento e ad una fine tragica che lo riscatta solo in parte.

Il romanzo propone una galleria di personaggi tutti fatui e più o meno gravemente corrotti, compreso, nonostante tutto, lo stesso Gatsby:  da questo quadro resta escluso il solo io narrante, tuttavia anche lui, a soli trent’anni, appare fagocitato dalla disperazione latente del suo mondo, incapace di proiettarsi in modo costruttivo verso il futuro. Il valore vero e profondo di questa storia sta proprio nella descrizione efficacissima della fine di un’epoca di splendore: quegli anni ruggenti, quell’età del jazz che aveva illuso, sedotto e infine tradito tanti. E l’estate in cui si svolge l’esile plot, sempre più calda e soffocante, diventa emblema di una realtà che si sta inesorabilmente inaridendo e consumando.

Ma la storia di Gatsby ci ricorda anche il nostro tempo: di nuovo un’epoca di crisi, culturale e morale prima ancora che economica e politica. La migliore rappresentazione della nostra dissoluzione ce l’ha offerta probabilmente il regista Paolo Sorrentino con il suo film tanto discusso La grande bellezza: come alla tavola di Trimalcione, come alle feste di Gatsby, anche intorno a Jep Gambardella, protagonista della pellicola, si muove una folla frivola e disperata che tenta, senza poterci riuscire, di riempire il vuoto interiore con ogni sorta di eccesso e che insegue, senza successo, bellezza ed emozioni vere di cui è ormai incapace.

Tuttavia, se l’intellettuale ha il diritto di ritrarre una realtà disperata, può e dovrebbe anche assumere su di sé un altro compito: quello di proporre un’alternativa positiva e costruttiva, fatta di cultura, senso critico, impegno civile e politico. Solo così si sfugge al fascino equivoco della morte che irretisce tutte le epoche decadenti.

Altre recensioni si possono leggere qui e qui; inoltre si può leggere qui un confronto tra romanzo e film .

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D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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