Il gioco del rovescio – Antonio Tabucchi

Avete presente quel senso di fugace sgomento con cui la realtà si libera all’improvviso dalle maglie della storia in cui l’abbiamo cucita, rovesciando le nostre certezze?

I racconti che compongono Il gioco del rovescio ruotano intorno alla meraviglia e alla paura di scoprire che una cosa è quella cosa, ma anche un’altra. Che ci piaccia o no. Tabucchi tesse i fili della propria vita fra il 1978 e il 1981 (periodo di composizione dei racconti) insieme a quelli delle dimensioni che, con la nostra complicità sartoriale, vivono intrecciate alla realtà. Crea così trame di sogni, fantasmi, ricordi ritrovati, futuri immaginati e verità inattese.

Sono storie che spaziano attraverso continenti, credi politici, classi sociali, generi musicali, artistici e letterari. Dalla Svizzera al Mozambico, da rampolli di nobili casati a giovani vagabondi, dal fado al jazz, da Pessoa a Fitzgerald. In tutte, troviamo un viaggio compiuto, in corso o agognato. I narratori ci parlano, così, da una dimensione intertestuale di fuga, alienazione e precarietà, ma anche di dinamismo e scoperta. Solo la fine del viaggio rivela il rovescio di ogni trama e, spesso, l’identità di chi racconta. Fra lettere, soliloqui e interviste, spicca la suggestione di assoli shakespeariani recitati ai margini della foresta africana, in un luminoso rovescio di Conrad.

A proposito, l’autore fa un monito iniziale sulla paura del rovescio. Avverte che non può essere addomesticata nemmeno dalla letteratura e, di fatto, i suoi racconti non aiutano il lettore a vincerla. Tuttavia, è difficile chiudere il libro senza la consapevolezza che, se ogni certezza ha il suo rovescio, la realtà continua a sfuggire ogni racconto, e ogni racconto si può ancora raccontare nella speranza di catturarla. Insomma, questo gioco è sempre aperto, anche se ci illudiamo che gli enigmi della nostra settimana siano chiusi in una rivista nella borsa da spiaggia.