Il diavolo in corpo – Raymond Radiguet

Questo libro è un grande classico e un piccolo gioiello, purtroppo non così conosciuto come meriterebbe.  Possiede tutte le caratteristiche per essere assurto all’Olimpo dei romanzi belli-ribelli-dannati, quelli che un tempo venivano messi al bando e fatti passare sottobanco nelle aule scolastiche, tra fruscii di gonne e sussurri.

L’autore, Raymond Radiguet, era un bohèmien di quindici anni che viveva per le strade di Parigi sopravvivendo grazie ad assenzio e letteratura, morto giovanissimo – aveva appena vent’anni – a causa del tifo, lasciando dietro di sé un talento enorme a cui non era stato concesso il tempo necessario per esprimersi in pieno. La leggenda vuole che sia stato proprio questo libro a ispirare I quattrocento colpi di Truffaut – ma non è così, questo equivoco nasce dal fatto che l’espressione “quattrocento colpi” in francese si può tradurre in italiano con “fare il diavolo a quattro” o, appunto, “il diavolo in corpo”, e che entrambi raccontino le avventure di due ragazzini terribili. In realtà, da questo romanzo è stato tratto un bellissimo film omonimo diretto da Claude Autant-Lara.

François – l’alter ego dell’autore, si capisce subito – ha appena compiuto tredici anni quando conosce Marthe, una ragazza appena maggiorenne. Nonostante la sua giovanissima età, François ha già avuto modo di distinguersi in diverse imprese – prima tra tutte l’abilità nel farsi espellere da ben tre licei di fila. Non è di certo un tipo tranquillo e questa è una fortuna, perché altrimenti la vita che ribolle rumorosa come una cascata dentro di lui non avrebbe modo di esprimersi.

Mi piacerebbe poter dire che François si innamora di Marthe a prima vista, ma non è propriamente di questo che si tratta. A tredici anni quello che chiamiamo amore è uno strano misto di venerazione, mistero, cupidigia, voglia di sperimentare e anche affetto, sì, ma più che una partner si cerca una compagna di giochi. Anche Marthe, ragazza seria e composta, rimane colpita da lui.  Ma c’è tra di loro un ostacolo insormontabile: quello dell’età. Oggi tutto questo può sembrare assurdo – li separa solo una manciata di anni, dopotutto sono entrambi due adolescenti in crescita – ma all’epoca era assolutamente impensabile che una giovane donna potesse innamorarsi di un ragazzo più giovane – mentre il contrario, ovvero cinquantenni ingrigiti che sposavano ragazze poco più che bambine, era perfettamente normale.

Nonostante il loro rapporto sia in antitesi con la morale dell’epoca – ancora più scandaloso perché Marthe è sposata con un soldato che è al fronte – i due ragazzi non riescono a resistere a quello che provano l’uno per l’altra e intrecciano così una relazione, dapprima clandestina, poi – mentre la passione cresce – sempre più alla luce del sole. François vive il desiderio che prova per Marthe come un gioco, molte volte anche come una sfida con se stesso per ottenere sempre di più – un meccanismo ancora più crudele proprio perché innocente e inconsapevole, che contiene in sé ancora l’ingeuo egoismo dei bambini, il volere a tutti i costi il giocattolo di qualcun altro e, una volta ottenuto, perdere interesse. La tiene sulla corda, non la chiama per giorni per poi presentarsi all’improvviso a casa di lei in piena notte, la tradisce ripetutamente con alcune sue amiche, giunge fino al punto – quando Marthe gli annuncia di essere incinta di lui – di spingerla a far credere al marito che il figlio sia suo, per non comprometterlo.

Tutto questo con una grazia, un’innocenza e una spontaneità infantile che è ben lontana dal cliché – stra abusato in ogni campo dell’arte e non solo – del seduttore navigato e maledetto, quello che porta consapevolmente una donna a perdere se stessa. Queste caratteristiche contribuiscono a rendere François estremamente seducente e irresistibile non solo per Marthe, ma anche per altre ragazze, tutte più grandi di lui, che lo incontrano. Se si dovesse trovare una versione di Lolita declinata al maschile, questo libro ci si avvicinerebbe molto.

Ed è proprio questo che rende questa storia un incanto per i sensi. È impossibile arrabbiarsi con François, qualsiasi cosa faccia. Sembra sempre un ragazzino pestifero che fa pasticci e fa del male ma involontariamente, senza rendersene conto, mostrando sul viso quell’espressione stupita che hanno i bambini quando gli si indica sul pavimento il vaso che hanno appena fatto cadere. Non voleva, tutto qui. La vita è leggera come un gioco e i giorni scorrono come l’acqua del fiume Marna e – come diceva qualcuno – “tutto passa e il cuore dimentica”.

Chiudo con questa frase, che a mio avviso esprime perfettamente il senso del romanzo.

“Tra quindici anni la vita per te sarà appena cominciata, ti ameranno donne che avranno l’età che ho io adesso. Non potrò fare altro che soffrire. Se tu mi lascerai, ne morirò. Se tu resterai, sarà per debolezza e io soffrirò di vederti sacrificare la tua felicità.”

Questo mi disse Marthe. Io m’indignavo, però ce l’avevo anche con me stesso perchè non ero abbastanza convinto del contrario.