Il condominio – James Graham Ballard

Dopo l’anno della letteratura nordica e quello della letteratura israeliana, questo 2017 si sta delineando per me – in parte per caso e in parte come scelta deliberata, secondo il consueto copione – come l’anno della letteratura distopica. Complice l’iniziativa estiva della Feltrinelli di due libri a 9,90 euro, ho scoperto l’autore britannico James Graham Ballard (Shangai, 1930 – Shepperton, 2009) e il suo romanzo Il condominio (High-rise, 1975). Autore di libri più celebri come L’impero del sole e Crash che hanno ispirato registi del calibro di Spielberg e Cronenberg, Ballard ha toccato i temi più inquietanti della nostra contemporaneità: invasività delle nuove tecnologie, nevrosi individuali e isterie di massa.

Alla periferia di Londra sorgono cinque grattacieli di quaranta piani, concepiti e realizzati come agglomerati autonomi, dotati di tutti i servizi necessari: market, banca, parrucchiere, asilo, ristorante, piscina… A partire da un sabato sera d’estate, però, uno di questi grattacieli diventa teatro di un crescendo di violenze che si rivolgono contro cose, animali e persone. Le invidie e le rivalità latenti esplodono senza controllo e a poco a poco, nel corso delle settimane e dei mesi, qualunque traccia di civiltà scompare lasciando il posto a istinti primordiali violenti e sfrenati. Intanto la vita della città e del mondo continua a scorrere identica a prima, poiché la folle tragedia del grattacielo resta ignota a tutti.

Il grattacielo è fin dal principio diviso in tre zone che corrispondono alla diversa estrazione sociale dei suoi abitanti: ai piani bassi i condomini di condizione più modesta, oltre il decimo piano quelli appartenenti ai ceti medi e a partire dal trentesimo i più ricchi.

La narrazione si concentra in particolare su tre personaggi, provenienti ciascuno da una delle tre zone: Wilder, produttore televisivo dal fisico possente, residente al secondo piano; Laing, medico del venticinquesimo, trasferitosi nel condominio dopo il divorzio; Royal, architetto del grattacielo, abitante dell’attico più lussuoso del quarantesimo piano.

Tutto ha inizio con una bottiglia che si infrange sul balcone di Laing in una notte d’estate, precipitando da un piano superiore dove si svolge una festa; quindi hanno inizio dei black-out elettrici che lasciano al buio un numero sempre maggiore di piani e per tempi sempre più lunghi. All’inizio, i primi incidenti danno l’illusione di un recupero di libertà, di autenticità e di condivisione, di una ribellione positiva alla solitudine, all’ottuso conformismo e al vacuo formalismo imperanti. Ma nel giro di tre mesi, in mancanza di luce e di acqua, le immondizie si accumulano, il cibo commestibile comincia a scarseggiare, uomini e donne diventano sempre più laceri, sudici e aggressivi, gli appartamenti vengono devastati, si innalzano barricate, le piscine diventano fosse comuni… Alimentati dal consumo crescente di alcol, dilagano ferocia, sadismo, incesto, follia e fagocitano uomini e donne, ragione e sentimento. Chi sopravvive è indifferente alle sofferenze altrui e perfino esaltato dalla nuova realtà.

Era il 1975 quando Ballard scriveva questo romanzo, eppure a distanza di più di quarant’anni le sue pagine sono capaci di turbare ancora, non solo per gli scenari descritti con crudo realismo, ma anche per l’attualità del messaggio. Oggi più di allora siamo uomini e donne soli, insoddisfatti, che covano invidie, risentimenti, bramosie, egoismi pronti ad esplodere; oggi più di allora la diffusione del benessere economico e delle tecnologie di avanguardia non ci ha resi più liberi, tanto meno più solidali.

Ballard ha una visione tragica: non si intravede luce di speranza oltre il buio in cui, emblematicamente, il grattacielo precipita. Tutto ciò che l’uomo ha saputo creare di più alto e sublime degenera, si corrompe; la civiltà è solo una costruzione effimera. Questo rappresenta il grattacielo che dava ai suoi abitanti l’illusione di abitare il cielo.

Alla distopia però, nonostante le gigantesche ombre dell’ultimo secolo, non bisogna arrendersi: la civiltà non è illusoria, piuttosto è fragile, va costruita e rinsaldata ogni giorno, con cultura, dedizione e sacrificio. Ne vale la pena: per creare una realtà progressivamente più equa, più libera, più degna del nome dell’Uomo. Con la “U”, appunto, maiuscola.