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Il complotto contro l’America – Philip Roth

Gli Stati Uniti sono certamente un Paese dalle mille luci: queste però non devono farci dimenticare le milleuno ombre che pure li caratterizzano. C’è un’anima oscura dentro l’uomo, intollerante, razzista, violenta, che attende solo l’occasione propizia per prendere il sopravvento, e la cronaca anche recentissima mostra che può esserne vittima pure quella che molti considerano la più grande democrazia del mondo. In letteratura, lo scenario distopico, ma appunto non irrealistico, in cui l’America precipita in una grave deriva autoritaria e repressiva è descritto nel bel romanzo fanta-politico Il complotto contro l’America (The plot against America, 2004), dello scrittore ebreo americano Philip Roth (Newark 1933 – New York 2018).

 

Nel 1940 le elezioni presidenziali americane portano al potere per il partito repubblicano l’aviatore Charles Lindbergh, che inaugura una politica estera non-interventista e una politica interna antisemita. Gli ebrei americani si dividono: alcuni non percepiscono il rischio e trovano nel rabbino Bengelsdorf il loro portavoce; altri invece comprendono a pieno il pericolo, ma si ritrovano isolati. Le violenze contro gli ebrei aumentano notevolmente nel 1942, dopo che il giornalista Walter Winchell, che ha più volte denunciato Lindbergh di essere un nazista e poi, perso il lavoro, si è candidato alla presidenza degli Stati Uniti, viene assassinato; di lì a poco Lindbergh scompare in volo e il potere viene assunto ad interim dal suo vicepresidente. Tutta la vicenda è narrata molti anni dopo da Philip Roth, che aveva sette anni nel 1940 e viveva con la sua famiglia di ebrei americani a Newark.

 

Lo scrittore, mescolando autobiografia, storia e invenzione, e alternando i punti di vista del piccolo Philip e dell’adulto, immagina dunque che per un biennio (1940-1942) gli Stati Uniti siano stati governati da un presidente filo-nazista, se non nazista lui stesso, e che la famiglia Roth si sia trovata a vivere quel periodo drammatico insieme alle altre famiglie di origini ebraiche di Newark. Nel corso della narrazione Roth ci lascia una galleria di personaggi tutti molto vividi: il padre Herman, onesto e idealista; la madre Bess, premurosa e più forte di quanto lei stessa pensi; il fratello Sandy, disegnatore di talento ma facile a lasciarsi trasportare dalle mode del momento; il cugino “perduto” Alvin che da antinazista diventa malvivente; lo stesso piccolo Philip, curioso, disorientato, spaventato; e poi Lindbergh, con la sua propaganda stringata e arrogante; Winchell, tracotante e donnaiolo ma fieramente antifascista… e con la stessa abilità vengono delineati luoghi (case, strade, giardini…) ed eventi.  Inoltre l’autore, intrecciando la storia privata dei Roth con le vicende politiche (alternative) degli USA e del mondo, ci ricorda che le tutte le piccole storie sono sempre inserite nella grande Storia, anche se a volte (troppo spesso) lo dimentichiamo.

 

L’ultima parte del romanzo è quella complessivamente più debole, con una narrazione che procede troppo schematica per date e un finale che appare un po’ frettoloso e in qualche modo incompiuto. Ma nel complesso siamo davanti ad un’opera di alto livello, dalla scrittura complessa ma limpida, capace di intrecciare abilmente piccole storie e grande Storia, di descrivere personaggi, ambienti e umori in maniera efficace, di rappresentare il mondo ebraico americano in tutte le sue più diverse declinazioni, da quella più onesta a quella più corrotta, da quella più ingenua a quella più astuta, con la paura che infine lo travolge senza più distinzioni.

 

Nella finzione letteraria, anche se sul “complotto” che ha colpito gli USA non sarà mai fatta davvero chiarezza, la Storia infine tornerà sul suo binario, quello che conosciamo dai manuali scolastici; ma evidentemente nulla sarà più come prima: gli Stati Uniti avranno rivelato il loro fondo oscuro e gli ebrei americani, che spesso si sentivano prima di tutto americani e solo secondariamente ebrei, avranno perso molta parte della loro fiducia nello Stato. Chi come Roth aveva effettivamente respirato, da bambino, un certo antisemitismo americano, sapeva di cosa parlava e ha descritto nel romanzo il più grande incubo della sua generazione.

 

Le nostre democrazie sono largamente imperfette, poiché caratterizzate da sacche di emarginazione socio-economica e culturale anche molto ampie e attraversate da sentimenti razzisti, omofobi, antisemiti che non di rado si traducono in emarginazione e anche in violenza fisica. Roth nel 2004 sapeva bene che l’incubo della sua fanciullezza non era scongiurato; quasi venti anni dopo è ancora così, negli USA come in Europa, e non solo: prima ancora dei media, lo dice la nostra esperienza quotidiana.

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D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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