Il caos da cui veniamo – Tiffany McDaniel

Se L’estate che sciolse ogni cosa è l’antipasto, Il caos da cui veniamo è la portata principale del talento indiscusso di Tiffany McDaniel, che si conferma una delle voci imperdibili della letteratura contemporanea.

Appena chiuso il libro, ho sbattuto le palpebre un paio di volte, aperto il computer e scritto una breve email all’autrice: ero, ancora una volta, stordita dal suo talento di narratrice e volevo sapere quanto di vero e quanto di fantasia ci fosse in questo libro che racconta la storia di sua madre Betty, meglio conosciuta come l’indianina.
La risposta di Tiffany (che sta lavorando ad un nuovo romanzo) non si è fatta attendere: “Landon e Alka erano i miei nonni e ovviamente i fratelli di mia mamma nel libro erano le mie zie e i miei zii. È il primo libro che ho scritto circa venti anni fa, e l’ho scritto dopo aver intervistato ogni membro della famiglia. Quindi questo è un libro vicino e caro al mio cuore”.

A quel punto ho capito che lo stile di Tiffany che riesce a scrivere di poesia mentre descrive massacri e orrori altrimenti indicibili, viene sicuramente da suo nonno Landon, di origine pellerossa, e dalla sua immaginazione divina che ha permeato la vita di Bitty, aiutandola a sopravvivere al caos della sua famiglia; una famiglia di ben otto figli generati da due persone problematiche, scheggiate al punto da non poter essere più risanate e che nulla avevano in comune se non un destino tragico:

Le guardò i piedi. Era scalza, i calcagni induriti solcati da crepe profonde. Se lui e lei si assomigliavano in qualcosa era nel modo in cui camminavano nel mondo. E in ciò che il mondo riservava per loro.

La famiglia Lazarus è ben conosciuta a Breathed (sì, Tiffany ci riporta nuovamente nella cittadina de L’estate che sciolse ogni cosa) e certamente non in termini positivi:

A differenza di Adamo ed Eva, credo che Dio avrebbe preferito che i miei genitori non si moltiplicassero il caos da cui veniamoe popolassero la Terra. Mia madre diede alla luce otto di noi. Due sarebbero morti negli anni dorati dell’infanzia. Ci fu chi biasimò Dio per averne risparmiati troppi. E chi diete la colpa al diavolo per non essersene portati via abbastanza. Io rimproverai gli angeli di non averci sterminati tutti.
Quel che più ricordo della mia infanzia è come fossi sempre smarrita. Persa negli abissi dell’immaginazione di mio padre, e nei meandri d’odio di mia madre, e tra i tanti segreti dei miei fratelli e delle mie sorelle. Nella povertà della mia famiglia, nell’infamia del nostro nome. Nel razzismo e nell’ignoranza del mio tempo.

Quella di Bitty è la storia di una crescita difficile, segnata nel profondo da sangue, cadute, traumi, da orrori nati proprio tra le mura domestiche, dall’incapacità di chiedere aiuto, dall’indifferenza della gente e dal disperato tentativo di essere integra, di sciogliere la matassa del caos che stringe la sua famiglia stritolandone tutti i componenti più fragili, mutilando ogni tentativo di bellezza e di poesia.

Queso libro è un viaggio duro, su una strada non battuta e piena di insidie; un libro che spezza il fiato e che spintona, crudele e brutale seppur raccontato dalla meravigliosa penna della McDaniel che riesce a farci vedere cieli stellati anche nelle notti di tempesta.