Il bordo vertiginoso delle cose – Gianrico Carofiglio

Incuriosita da diverse recensioni positive, ho dato inizio alle letture di questa estate con il romanzo Il bordo vertiginoso delle cose (2013) di Gianrico Carofiglio (Bari, 1961): un intrattenimento piacevole, ma che in fin dei conti ha deluso le mie aspettative.

La narrazione si svolge seguendo un doppio binario: nei capitoli intitolati Enrico, l’io narrante rievoca alcuni eventi della sua infanzia e della sua adolescenza che lo hanno segnato profondamente; nei capitoli numerati in ordine progressivo una voce che si rivolge al protagonista dandogli del “tu” racconta le vicende presenti di Enrico, ormai quarantottenne. Alla fine del corso di studi liceale Enrico Vallesi ha lasciato la natia Bari e si è trasferito a Firenze. Dopo aver pubblicato un libro di successo, però, la sua ispirazione si è spenta e lui trascina i suoi giorni svolgendo un lavoro che non lo soddisfa e senza riuscire ad intrecciare relazioni profonde e stabili. Finché una notizia di cronaca nera, letta per caso sul giornale a colazione, lo spinge a tornare a Bari. Il viaggio obbliga Enrico a confrontarsi con gli anni dell’adolescenza a lungo rimossi, gli anni delle confidenze con l’amica Stefania, delle frequentazioni pericolose con Salvatore, delle lezioni di Filosofia appassionanti di Celeste: solo le vicende remote possono spiegare il disagio dell’uomo adulto e rompere la gabbia di apatia nella quale si trova rinchiuso.cover

Si tratta di un romanzo che ha certamente dei pregi: descrive in maniera piuttosto efficace e coinvolgente i sentimenti contraddittori di un adolescente sensibile, le paure, il senso di inadeguatezza, l’aggressività latente, il risveglio del cuore e dei sensi; ma delinea efficacemente anche l’uomo adulto che non ha chiuso i conti con il passato e che per questo non riesce a vivere a pieno il suo tempo. Tuttavia, nel complesso, il romanzo suscita più aspettative di quante riesca a soddisfarne: col procedere della narrazione il racconto perde colpi, diventando a tratti perfino prevedibile. Fino alla conclusione che viene lasciata aperta, ma ammicca in maniera solo apparentemente anticonvenzionale a quello che potrebbe accadere.

La scrittura è lineare e piacevole, con qualche vezzo autocompiaciuto, come i capitoli numerati che hanno la forma del soliloquio, come se l’io narrante volesse prendere le distanze da se stesso. Il romanzo inoltre è disseminato di riflessioni metaletterarie (non dimentichiamo che il protagonista è uno scrittore) da cui emergono, come in una presa di coscienza, i limiti dello stesso Carofiglio, come una certa indulgenza all’enfasi.

In conclusione, un’opera di valore discreto, di certo non un capolavoro.

*****

Un’altra recensione a questo romanzo si può leggere -> qui.

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