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Il baule dei ricordi di carta #6 – Diario di Zlata, Zlata Filipovic

Quando ho letto il Diario di Zlata per la prima volta avevo circa dieci anni. I miei genitori me l’avevano regalato per aiutarmi a capire qualcosa di più su quella guerra di cui sentivo sempre parlare alla televisione e dalle maestre a scuola, ma che era stata causata da motivi per me oscuri e 

insondabili.
Questo, nonostante gli anni, non è cambiato: ora conosco a menadito le dinamiche che si celano dietro il sorgere di un conflitto, ma lo stesso penso che siano totalmente assurde e prive di significato.
 
Questo è un libro che mi è davvero piaciuto moltissimo. Suona quasi fuori luogo e di cattivo gusto dirlo, dato che si tratta di un testo che parla di argomenti sgradevoli e drammatici che nessuno si augurerebbe mai di vivere in prima persona, ma io da un lato volevo essere come Zlata.
Per prima cosa perché lei, di poco più grande di me, aveva già pubblicato un libro letto in tutto il mondo – e fare la scrittrice era già allora il sogno della mia vita; poi, perché all’epoca, non comprendendo appieno la tragicità di quanto lei stava vivendo, trovavo qualcosa di molto affascinante nel vivere nascosti, leggevo una complicità invidiabile nello stare sempre vicino a mamma e papà, giù in cantina, stretti stretti e in silenzio. E poi la solidarietà che si creava tra le persone, i vicini di casa, le piccole ma gioiose feste che facevano tutti insieme quando i bombardamenti lo consentivano, con riso bollito e poche altre cose, mi sembravano così belle – io che dei miei vicini di casa sapevo a malapena il nome, e nemmeno di tutti.

Direte, che infanzia terribile devi aver vissuto per invidiare una “enfant de la guerre”! In realtà, anche ora a distanza di anni credo che il vero scopo del libro non fosse – non solo, almeno – raccontare il conflitto, ma la vita che andava avanti comunque, con fatica, ma andava avanti.
Il fatto che la paura delle bombe, che portavano via braccia e gambe e a volte anche la vita, non potesse cancellare il piacere di leggere un libro sotto le coperte con una pila accesa, di parlare con un’amica, di festeggiare il compleanno con una torta fatta in casa e regali costruiti a mano dalle persone che ti conoscono bene.  
 
Questo libro è uno schiaffo, uno sputo in faccia alla guerra, un gioioso sberleffo di vita di fronte al muso duro del conflitto armato, un bambino che grida forte e chiaro proprio quando gli hanno detto di stare zitto. Ancora adesso riesce a darmi le stesse emozioni della prima volta, ne conosco interi passaggi a memoria, provo un grande piacere nel leggerlo.
 
Poche settimane fa ho scoperto, grazie a un settimanale femminile italiano che le ha dedicato un trafiletto – e secondo me meritava molto di più! – che Zlata, di cui non si è più saputo nulla pubblicamente dopo l’uscita del libro, sta bene, vive con la famiglia a Edimburgo e lavora in un’associazione che si occupa di diritti umani. Vedendo la sua foto, così simile e allo stesso tempo così diversa da quella del retro di copertina del libro, mi è sembrato quasi di incontrare di nuovo una vecchia amica che non vedevo più da anni. Che bello, saperla felice. 

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Recensione di
MaddalenaErre
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1 commento
  • Ne ho letto alcuni brani sulle antologie… Certi libri sono come un pugno nello stomaco, per questo a volte non ho la forze di leggerli… ma forse un giorno… :-)

Recensione di MaddalenaErre

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