Il baule dei ricordi di carta #18 – Il Piccolo Principe, Antoine De Saint-Exupéry

“Il libro più venduto al mondo”, questa è la prima frase che si può ricollegare al piccolo capolavoro di Saint-Exupéry. Il libro più tradotto, più citato, più rappresentato e anche più criticato – ho perso il conto di quanti lo hanno definito, nell’ordine, “buonista, banale e decisamente sopravvalutato”. Fatto sta che, lo si ami o lo si odi, lo abbiamo letto praticamente tutti.

In realtà, c’è molto poco buonismo nel Piccolo Principe. Sonda l’animo in profondità, prova a illuminarne i lati più bui, non ha un cosiddetto lieto fine. Se non si tratta di una vera e propria favola nera – troppo lieve e delicata per esserlo – è decisamente una favola blu notte, con risvolti cupi e malinconici che ne tingono i contorni, conferendo alla storia intera un significato che va molto al di là delle parole.

Un aviatore solitario subisce un’avaria e cade nel deserto, lontanissimo da qualsiasi scampolo di civiltà. Qui incontra per caso, una notte, un ragazzino biondo vestito in modo eccentrico, che gli chiede di disegnargli una pecora. Fa così la conoscenza del Piccolo Principe, che viene da un altro pianeta, ha un modo tutto suo di vedere le cose e fatica a capire la Terra su cui è capitato. Si strugge d’amore e di malinconia per una rosa, ha viaggiato a lungo nello spazio incontrando su asteroidi diversi personaggi di ogni sorta, ognuno di loro cristallizzato in un proprio difetto dell’animo, senza via d’uscita. Le domande ingenue ma spiazzanti che il bambino pone a tutti loro sono illuminanti e, allo stesso tempo, aprono uno scenario di desolazione senza precedenti. Le loro risposte, così come gli insegnamenti che il Piccolo Principe apprende dalla volpe, dal serpente, dal lampionaio, sono piccole massime spirituali che possono anche essere considerate buoniste da qualcuno – ma non si può negare che siano vere.

Il Piccolo Principe viene riconosciuto dall’aviatore come la parte bambina di sé, il bambino che era, che tutti siamo stati in qualche modo – e che lottiamo per non dimenticare, per non far soccombere una volta entrati di diritto nel mondo dei “grandi”, pieno di contraddizioni e di punti di domanda che non incontrano mai una risposta.

Il suicidio finale volontario – perché, al di là della poesia con cui è narrato, di questo si tratta – del Piccolo Principe tramite il morso del serpente può rappresentare diverse cose: come una macchia di Rorschach confusa, ognuno ci vede qualcosa di differente, una parte di sé, un frammento del proprio percorso.

Può stare a significare la dolorosa ma necessaria “morte” del bambino che è in noi per permetterci di crescere e diventare adulti; può rappresentare l’anima dei sognatori che desidera sempre un mondo altro, lontano sulle stelle; può anche – e questa è decisamente l’interpretazione più malinconica e triste – indicare la resa definitiva di fronte a un mondo che rimane incomprensibile e ostile, incapace di accogliere l’animo di chi è sensibile e attento. Oggi come allora, queste pagine finali mi provocano un nodo alla gola e quella sensazione di profondo disagio misto a tenerezza: come l’aviatore, anche io rimango attonita di fronte all’ineluttabile, a una scelta risoluta che non è più negoziabile in alcun modo. Si vorrebbe quasi trattenere il Piccolo Principe, convincerlo a restare, spiegargli che anche qui sulla Terra non è tutto difficile come sembra, che è possibile vedere le stelle riflesse in uno stagno come se fossero vicine, che se lo si vuole davvero ce la si può fare. Ma non è possibile: lui ha già deciso, e noi possiamo solo rimanere a guardare mentre intraprende nuovamente il suo viaggio, per tornare al suo piccolo pianeta e alla sua adorata rosa.

Sembra più vuoto il deserto, più arida la vita dopo la partenza del ragazzino coi riccioli biondi. Eppure, l’aviatore è fermamente convinto che, tra le stelle, il Piccolo Principe abbia finalmente ritrovato la serenità dopo tanto cercare. Insieme alla sua rosa, ai suoi tre vulcani – di cui uno spento! – e alla sua pecora disegnata guarda il mondo da lassù, stupendosi ancora di fronte a tanta inspiegabile, ma in un certo modo meravigliosa, mancanza di senso.