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Il cinghiale che uccise Liberty Valance – Giordano Meacci

Questa è la strana e un po’ assurda storia del cinghiale che, in un particolare momento (molto significativo per molti dei personaggi di questo libro) delle sua vita, iniziò a comprendere il linguaggio umano. Iniziò a trovare le giuste parole per dire esattamente quello che voleva dire. Parole umane, composte da suoni estranei al cinghialese, il linguaggio dei cinghiali. Suoni sconosciuti ma così tanto utili e precisi che Apperbohr non riesce a smettere di ricercarne di nuovi, perché il linguaggio umano, in fondo in fondo, gli piace un casino. Perché sa di poter esprimere, con la lingua degli Alti sulle Zampe (gli uomini in cinghialese), ciò che è solo intuizione, pensiero, o meglio ancora istinto, per i cinghiali. E Apperbohr impara subito a capire che “tutta la forza che i secoli gli hanno dato più questa improvvisa consapevolezza che gli è piovuta addosso possono renderlo invincibile.”

E decide che, avendo ricevuto questo dono, che interpreta come una vera e propria opportunità, c’è bisogno che lo usi al meglio. “Sa che qualsiasi tentativo di incastrare quello che ha capito nei recinti limitati delle parole rischia di essere riduttivo, e inconcludente”, consapevolezza che lo spinge ad andare oltre, a elevarsi ancora di più. Cinghiarossa, come lo chiamerebbero gli umani, o Apperbohr (in cinghialese) organizza e guida la sommossa dei cinghiali: una serie di scorribande feroci e devastanti, insieme a clamorose provocazioni e atti vandalici di ogni sorta, che costringono gli abitanti di Corsigliano a correre ai ripari. E lo fa “con la nuova consapevolezza di 6783121_1378435potersi insinuare tra i mhrhttrhrsh (uomini) alla pari; anzi: con il privilegio inspiegato e univoco di una capacità in più, rispetto alla mancanza di immaginazione degli Alti sulle Zampe”. I Corsiglianesi sono scioccati dal metodo infallibile e dalla matematica organizzazione di simili scorrerie. Si chiedono come sia possibile che i cinghiali attacchino come fossero guidati da un cervello umano, oltretutto geniale e organizzatissimo.

In questo modo Apprebohr ha l’occasione di capire meglio gli umani da tutti i punti di vista: il loro linguaggio, i loro sentimenti, le motivazioni che li spingono a scegliere una o l’altra reazione  o chissà, “magari uno schema che preveda un epiloghetto, sempre, o logos deloi, le stesse spiegazioni da millenni senza capire che sono le stesse perché gli esseri umani sono limitati, e pigri, e vorrebbero inscatolare il dolore perché così pensano che non li assalirà nel buio?”. Apperbohr impara così a comprendere gli umani, i suoi peggiori nemici, comprende più di quanto uno stesso umano possa comprendere di sé stesso: “Apperbohr sa – ma non saprebbe spiegare perché – che sono pochi, davvero pochi gli Alti sulle Zampe capaci di gestire i momenti – cruciali, la parola che cerca è cruciali – della loro vita senza lasciarsi sopraffare dall’errore”. Ma questo lo renderà un unico, una stella ribelle che brilla più delle altre e diversamente rispetto alle altre: un cinghiale umano, che vive insieme ai cinghiali ma non è più uno di loro. Fino a causare lo strappo, la ferita che lo logora piano piano, “con tutta la sua disperata, approssimativa, furiosa smania di vivere da rvrrn con i rvrrn e di cambiarli cambiando sé stesso”, pur avendo vissuto una vita unica e irripetibile.

Ma, oltre alla stravagante personalità del ribelle Cinghiarossa, e oltre alle costanti pause comiche e amorevolmente divertenti, Il cinghiale che uccise Liberty Valance è un libro dalla sostanza massiccia e ricca. In esso, centinaia e centinaia di spunti, di momenti di riflessione e di messaggi più o meno sotterranei. Sembra quasi che le provocazioni e la ribellione dei cinghiali e di Apprebhor rappresentino il terremoto interiore che scuote le coscienze di tutti gli uomini, a partire dai personaggi di questo romanzo. Come se l’autore avesse voluto dirci: sentirsi soli, incompresi, è così comune da divenire un sentimento quasi banale, e sicuramente futile e dannoso. E quindi bisogna reagire e lottare con tutte le proprie forze, finché ci reggono.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance, edito da una spettacolare Minimum Fax, è entrato nella cinquina del premio Strega 2016. Questo libro meritava un premio così prestigioso e unico, lo meritava per davvero, sia per l’originalità dell’idea, sia per la padronanza perfetta della narrazione e della sua lingua, sia per la potenza esplosiva di ogni singola pagina di questa splendida opera. Giordano Meacci ci fa entrare nella mentre e nel cuore di ognuno dei personaggi che vivono questa avventura, mostrandoci un ventaglio pressoché infinito di sensazioni, scandagliate con ironia, raffinatezza e amore. Perché si percepisce che l’autore, oltre ad aver creato questi personaggi, ha in qualche modo vissuto in prima persona le loro vite, e così vuole trasmettercele: con incredibile empatia.

Un vero e proprio capolavoro contemporaneo, perfetto in ogni sua parte, intenso ed energico in ogni parola scritta (mai, mai scelta a caso dall’autore, ma sempre e comunque adottata con cura) e anche in quelle non scritte, miccia in grado di provocare una vera e propria esplosione di sentimenti nella mente e nel cuore dei suoi lettori. Una lettura indimenticabile.

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Recensione di
Federica Bruno

Lettrice affiatata, non riesco a smettere di scrivere, scrivere, scrivere. Amo i libri gialli, l'ironia e la parmigiana di melanzane.

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