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Furore – John Steinbeck

Più di seicento pagine e tredici giorni per leggerle prima dello spettacolo teatrale ispirato al romanzo. Sembrava impossibile, invece Furore (The grapes of wrath, 1939) di John Steinbeck (Salinas, 1902 – New York, 1968) si è rivelato uno dei libri più appassionanti che abbia mai letto e completarlo in pochi giorni non è stato per nulla difficile, anzi: da tempo non mi capitava di desiderare così fortemente di proseguire una lettura. Opera celeberrima, oggetto di una menzione speciale nelle motivazioni di assegnazione del Premio Nobel all’autore nel 1962, Furore è stato un grande successo letterario ma anche un libro molto discusso.

Due diverse tipologie di capitoli si alternano lungo il testo. Da una parte si racconta la vicenda storica dei mezzadri del Midwest americano che negli anni Trenta del secolo scorso furono costretti dalle condizioni avverse del clima e dalle speculazioni dei grandi proprietari e delle banche ad abbandonare le terre in cui le loro famiglie vivevano da generazioni: cominciò così un’emigrazione di massa verso l’ovest, in particolare verso la California, in cerca di lavoro e di una vita migliore. Gli altri capitoli narrano invece le vicende di una immaginaria famiglia dell’Oklahoma, la famiglia Joad, seguendone l’esodo verso la California: Tom Joad, omonimo del padre e secondogenito della famiglia, torna a casa dopo quattro anni di galera per omicidio e scopre che la famiglia si è trasferita presso il fratello del padre, lo zio John; intanto il terzo figlio maschio Al si è occupato dell’acquisto di un camion con il quale la numerosa famiglia (Nonno, Nonna, Pa’, Ma’, la figlia Rose of Sharon e suo marito Connie, i figli Noah, Ruth, Winfield, Tom e Al, lo zio John), insieme al predicatore Casy, partirà alla volta della moderna Terra Promessa. Non tutti vedranno la meta, che peraltro si rivelerà un dolorosissimo inganno.

Il libro, al tempo della prima pubblicazione, suscitò grandi entusiasmi ma anche accese polemiche sia a causa dello stile di scrittura (da taluni definito troppo semplice) sia dal punto di visto del contenuto (da alcuni accusato di falsità e deformazioni) sia sotto il profilo ideologico (in patria fu avversato da chi lo definiva un libro “comunista”; in Italia, opportunamente rimaneggiato, fu usato dal Fascismo in chiave anti-americana).

Il romanzo presenta certamente delle pecche. È infatti decisamente idealizzata la rappresentazione degli emigranti come persone tutte (o in larghissima parte) oneste, solidali e moralmente sane; simmetricamente Steinbeck raffigura tutti coloro che posseggano anche solo poco più di niente come opportunisti, spregiudicati e corrotti. Un altro punto debole del romanzo è una certa eccessiva propensione per le note patetiche.

Per il resto però siamo davanti ad un libro potente e di grandissimo spessore, a cui la scrittura semplice e scorrevole non toglie assolutamente valore: straordinaria anzi è la capacità dello scrittore di trattare temi complessi e scottanti in una forma accessibile a qualunque lettore. La descrizione della terra coperta dalla polvere e inaridita è così efficace da farci avvertire un senso di soffocamento; l’agonia di chi muore di stenti è rappresentata con una crudezza che riempie il cuore di dolore e di angoscia, come se quei morti ci appartenessero; lo sfruttamento vergognoso a cui i lavoranti sono sottoposti fa montare il furore anche in noi che leggiamo, indignati di fronte all’umiliazione degli emigranti affamati.

Nella saga dei Joad spiccano alcuni personaggi in particolare: Ma’, il vero capo della famiglia, che combatte la disperazione con la dignità, resta lucida e determinata nonostante tutto e cerca in ogni modo di tenere unita la famiglia, che è tutto ciò che resta; Tom, il figlio ribelle, che reagisce sempre in maniera accesa di fronte alle ingiustizie e a poco a poco matura una coscienza politica; Casy, ex-predicatore tormentato dai dubbi, che si arrovella alla ricerca di un modo per fare del bene al prossimo.

Il filo rosso del libro è naturalmente il tema dell’ira che, introdotto fin dal titolo (che rimanda all’Apocalisse biblica), più volte torna nel testo: nello svolgersi degli eventi, tra l’estate e l’autunno, vediamo crescere la rabbia degli sfruttati, che minaccia di esplodere da un momento all’altro. In realtà, però, quel momento non arriverà. Solo Casy e Tom sembrano aver acquistato, insieme alla rabbia, sufficiente consapevolezza civile e politica da agire: ma comunque scompaiono dalla storia e questa azione non viene narrata. La famiglia Joad si smembra, la miseria e la disperazione dilagano tra loro e intorno a loro, la generosità disinteressata non basta ad emanciparli, mentre il lettore aspetta invano che il furore esploda e la rivoluzione, la ribellione necessaria dell’Uomo contro la disumanità, si compia.

Ma non era, evidentemente, quello a cui Steinbeck aveva assistito quando, pochi anni prima, aveva curato una serie di articoli sull’argomento (da quei servizi giornalistici nacque il libro), eppure è quello che dovrebbe accadere ogni volta che l’uomo pensa di poter opprimere e umiliare impunemente l’altro uomo.

Ma d’altra parte, nonostante un secolo e più di lotte sociali, la storia ancora si ripete. Gli emigranti di Steinbeck, privati di tutto e illusi dai volantini pubblicitari, percorrono la Route 66 su catorci poco o nulla sicuri, aspettandosi un futuro dignitoso e agiato e, per realizzare quel sogno, accettano tutti i rischi di un viaggio lungo e incerto, al quale i più deboli inevitabilmente non sopravvivono: gli accampamenti di fortuna, la fame e la sete, la mancanza di servizi igienici e sanitari, la traversata del deserto; alla fine del viaggio, però, li attendono ghetti luridi, sfruttamento e umiliazioni. Il nostro pensiero non può non andare ai migranti di oggi, vittime della stessa miseria, dello stesso sogno e dello stesso drammatico risveglio, i quali, dopo la traversata per terra o per mare, dopo aver perso magari amici e parenti, dopo la paura e gli stenti, si ritrovano a raccogliere pomodori per ore sotto il sole per pochi centesimi. E il sistema che rende possibili questi soprusi è quello che specula sulle disgrazie altrui e anche quello che astutamente spacca il fronte dei disperati mettendoli in competizione per paghe sempre più basse – oggi come ieri.

C’è stato un tempo, non lontano, in cui tanti hanno creduto che il comunismo avrebbe messo fine a tutte le diseguaglianze e a qualunque forma di sfruttamento: la realizzazione concreta di quella ideologia ha miseramente fallito, affossata anch’essa da egoismo, ambizione e corruzione; le nostre democrazie occidentali, dal canto loro, sopravvivono a se stesse, diventate ormai delle plutocrazie solo marginalmente interessate alle condizioni dei poveri, in genere in senso populistico e non strutturale. Ma l’uomo è capace di compiere non solo brutture devastanti, bensì anche atti di umanità altissima: possiamo allora auspicare, non come vaga speranza bensì come impegno concreto quotidiano di ciascuno, che il furore degli ultimi e dei dimenticati trovi finalmente ascolto e giustizia: che equità sociale, pari opportunità, dignità e umanità siano le parole d’ordine di questo nuovo millennio, da tramutare in realtà perenne ad ogni latitudine.

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D. S.

Sono una lettrice vorace, una cinefila entusiasta e un'insegnante appassionata del suo lavoro; e non so concepire le tre cose disgiunte l'una dall'altra.

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