Flatlandia – Edwin A. Abbott

Nel 1884 uscì un romanzo allegorico piuttosto originale (anche se un po’ troppo didascalico) intitolato Flatlandia (Flatland), opera del professore, teologo e sacerdote anglicano Edwin A. Abbott (Londra 1838-1926). L’opera ha ricevuto particolari attenzioni soprattutto dopo la morte del suo autore, poiché è stato letto da alcuni come un’anticipazione degli studi di Einstein.

Gli abitanti di Flatlandia sono figure geometriche piane che si muovono sul piano senza potersene sollevare e senza poter passare al di sotto di esso. La società è fortemente gerarchizzata: a governare sono i cerchi (in realtà poligoni regolari con centinaia di lati, tali da apparire come cerchi), quindi di gradino in gradino si scende fino ai triangoli equilateri che sono i commercianti. I triangoli isosceli, che sono intellettualmente tanto più limitati quanto più è stretto l’angolo compreso tra i due lati uguali, sono impiegati come militari e inservienti; le figure irregolari sono invece considerate moralmente manchevoli e dunque socialmente pericolose. Le donne sono segmenti, prive anche della seconda dimensione e quindi di intelletto; sono perciò preda delle emozioni e relegate in totale subalternità senza prospettive di emancipazione. Quando alla fine dell’anno 1999 una sfera proveniente da Spaziolandia rivela l’esistenza della terza dimensione a un quadrato di Flatlandia (quest’ultimo è l’io narrante della storia), il quadrato si sente investito della missione di trasmettere la sconvolgente verità ai suoi concittadini. Ma sarà condannato al carcere per eresia.

Il romanzo è diviso in due parti: la prima è in realtà prevalentemente descrittiva e in essa il Quadrato illustra gli aspetti salienti della vita di Flatlandia; la seconda racconta invece l’incontro con la Sfera e tutto ciò che ne consegue: il Quadrato, dopo una iniziale incredulità, fa sua la rivelazione e va perfino oltre: se esiste una terza dimensione che i Flatlandesi ignorano, può ben esisterne una quarta che gli Spaziolandesi non percepiscono. Negli anni di prigione il Quadrato supererà, a quanto pare, anche i suoi pregiudizi su donne e isosceli.

Quel che emerge dall’opera è soprattutto uno spirito religioso (che non stupisce in uno scrittore che era sacerdote e teologo, eppure si tende a trascurarlo): la ragione è presentata come uno strumento al servizio di una verità che richiede però anzitutto un atto di fede; tuttavia questo atto di fede nessuno è disposto a compierlo. Il Quadrato incarcerato diventa quindi un profeta perseguitato da una società che non (o)sa andare oltre ciò che i sensi e la ragione sono in grado di cogliere immediatamente.

Il romanzo di Flatlandia è dunque prima di tutto un’allegoria religiosa e conseguentemente un invito, e un monito, ad ascoltare la parola del portatore della verità (fuor di metafora si intende il messaggio di Cristo), rinunciando alle proprie false certezze e anche a tutto il sistema politico, sociale e culturale che su di esse si fonda.

In questo senso è evidente anche il carattere satirico dell’opera, scritta in piena età vittoriana e che riflette quell’epoca criticandone il vuoto perbenismo di facciata, il classismo e l’emarginazione delle donne: sotto questo aspetto Flatlandia si può ben collocare all’interno del filone letterario distopico di denuncia e per questo motivo è un libro anche certamente moderno (che non a caso ha ispirato tanta letteratura e filmografia successiva). Il romanzo è apparso anche ad alcuni come un’anticipazione degli studi di Einstein e più in generale delle ricerche della scienza novecentesca sulle diverse dimensioni; questa interpretazione non convince però la critica più recente secondo la quale il tema delle dimensioni era piuttosto “di moda” a fine Ottocento e dunque non costituirebbe l’aspetto originale del romanzo di Abbott né la sua chiave di lettura.