Eleonora Pimentel Fonseca – Mario Forgione

Negli anni Novanta del secolo scorso e nei primi anni Duemila erano molto diffusi in edicole e librerie i volumetti della casa editrice Newton & Compton che si vendevano a 1000 lire, diventate poi 1500 e infine convertite a 1 euro. Carta di poco pregio, caratteri di stampa minuscoli, pochissime note; ma spesso per noi studenti squattrinati era l’unico modo per allargare la nostra biblioteca personale. Tra le varie iniziative editoriali, alla fine degli anni Novanta uscirono i 78 libriccini della collana “Napoli tascabile”, dedicati a personaggi, luoghi, tradizioni, eventi della mia città. In particolare il numero 75, pubblicato nel 1999, è dedicato a Eleonora Pimentel Fonseca, di cui il giornalista e scrittore Mario Forgione (Napoli, 1933–1999) racconta la biografia sullo sfondo della rivoluzione napoletana del 1799.

Figlia di un marchese, di origini portoghesi ma nata e cresciuta a Roma, trasferitasi giovanissima a Napoli che diventa la città da lei più amata, Eleonora è dotata di cultura e talento. La Napoli del secondo Settecento è quella del re Ferdinando IV di Borbone e della regina Maria Carolina (sorella di Maria Antonietta regina di Francia), delle Accademie disimpegnate e pompose, ma anche dei lazzari analfabeti senza arte né parte. La rivoluzione francese e la discesa delle truppe napoleoniche in Italia infiamma i patrioti napoletani, e tra questi c’è Eleonora, che, tra ingenuità e progressiva presa di coscienza, ha abbracciato gli ideali di libertà e uguaglianza. Incarcerata dalle autorità borboniche nel 1798, liberata dai lazzari che ignorano chi sia, Eleonora accresce il suo impegno, aderendo alla repubblica napoletana e diventando l’anima della rivista “Monitore Napolitano” (dal n. 26 “Monitore Napoletano”), sulle cui pagine non solo propaganda gli ideali rivoluzionari ma denuncia anche senza remore le prevaricazioni e le razzie compiute dai Francesi. L’esperienza della repubblica dura sei mesi, dal gennaio al giugno del 1799; segue una dura repressione, voluta soprattutto da Maria Carolina e dagli Inglesi. Il salvacondotto promesso in un primo tempo viene negato ed Eleonora, insieme ad altri “giacobini” napoletani, è condannata a morte.

Il libro ripercorre in maniera precisa ma lieve la storia personale di Eleonora, intrecciata a doppio filo con gli eventi della Grande Storia: dal matrimonio con il violento e volgare don Pasquale Tria all’amore sviscerato per il figlio al dolore disperato ma composto per la morte del piccolo alla separazione dal marito; dalle letture proibite (Filangieri primo fra tutti) all’impegno politico agli interrogatori all’esecuzione.

Si racconta che prima di morire Eleonora abbia mormorato un verso del poeta latino Virgilio “Forsan et haec olim meminisse iuvabit“, “Un giorno, forse, sarà bello ricordare anche questi eventi”. Sì, è bello.

È bello ricordare che Eleonora fu una dei pochissimi patrioti italiani (non solo meridionali) a esprimere l’esigenza di coinvolgere nella rivoluzione le masse popolari: anche se non riuscì nell’intento (i lazzari si schierarono in larghissima parte col re e col cardinale Ruffo), mise comunque a fuoco un problema che fu ancora colpevolmente ignorato dalle generazioni risorgimentali successive. Aver dimenticato i più miseri, particolarmente numerosi nel nostro povero Sud, ha messo una seria ipoteca, fino ad oggi, sullo sviluppo democratico del nostro Paese. Perciò anche e soprattutto nel nostro tempo attuale di sfiducia e di disimpegno, mentre dilagano indifferenza, arrivismo, corruzione e le menti sono rese ottuse da una generalizzata svalutazione della cultura e dal cattivo uso delle nuove tecnologie, occorrerebbe più che mai ritornare ad Eleonora e alla necessità di educare l’intera comunità civile ai valori di libertà, solidarietà e uguaglianza e alla coscienza critica, affinché davvero ciascuno possa essere protagonista consapevole della Storia.

Chi segue quello che scrivo, sa inoltre che ho una particolare passione per le figure femminili che hanno fatto la storia, combattendo prima che con gli eventi con i pregiudizi di genere. Eleonora è una delle mie icone. Perciò è bello anche soffermarsi sulla sua storia personale. Eleonora leggeva libri proibiti e scriveva: tutto questo in un’epoca in cui le donne restavano ancora ai margini della società e della cultura; a ventisei anni aveva sposato Pasquale Tria, un nobile gretto e violento che non esitò ad esporre come un trofeo il lenzuolo macchiato di sangue della prima notte di nozze e che malmenava e umiliava continuamente la moglie: infine, coraggiosamente e scandalosamente, dati i tempi, Eleonora riuscì ad ottenere la separazione. Eleonora è stata una donna anticonformista e fin troppo moderna in un’epoca ancora per molti versi rivolta all’indietro; ma ancora oggi tante donne sanno quanto sudore e lacrime costi la loro indipendenza e quanto pregiudizio circondi la donna single o la donna che alla cura della famiglia voglia associare lo studio, il lavoro, l’impegno politico.

È bello infine anche ricordare il violento temporale del giorno dell’esecuzione. Eleonora aveva espresso il desiderio di una morte dignitosa, che non la esponesse al pubblico ludibrio, ma il suo desiderio non fu esaudito. Il titolo nobiliare, che avrebbe potuto garantirle la ghigliottina invece della più dolorosa e umiliante impiccagione, non le fu riconosciuto perché straniera; e fu impiccata, senza le mutande sotto il vestito. Il nubifragio improvviso, inconsapevolmente pietoso, disperse la folla accorsa allo “spettacolo” e costrinse a deporre il cadavere dalla forca senza lasciarlo esposto, come era previsto, per ventiquattr’ore.