Dodici racconti raminghi – Gabriel García Márquez

Ringrazio di cuore l’amico che mi ha consigliato questo libro come primo approccio a García Márquez: “Si tratta di 12 racconti, bellissimi, così ti rendi perfettamente conto del suo stile”. Lo ringrazio, il mio amico, perché l’esperienza con questa splendida opera è stata davvero positiva. E straziante, allo stesso tempo. Perché, vedete, non si tratta affatto di racconti, non fatevi ingannare dal titolo! Si tratta di dodici mondi incredibilmente profondi e variegati, i quali riescono ad immergere il lettore nei loro meandri a tal punto che, quando terminano, lasciano quel senso di vuoto tipico dei libri più corposi. Il “piacevole strazio” si ripete per dodici volte, e puntualmente alla fine di quelle 10-20 pagine la sensazione è di essersi lasciati alle spalle qualcosa di concreto, netto.

Sullo sfondo di un’Europa pulsante di vita, fulgida e dal leggero retrogusto maliconico, si vanno alternando storie tanto diverse tra loro, ma accomunate da due spessi fili conduttori, la solitudine e la morte, in un turbinio di sensazioni ed emozioni che spaziano dall’amore al pregiudizio, passando per la fede incrollabile, l’innocenza di un bambino e la fortuna, la furia della natura e la disperazione. Il tutto annaffiato da quella sorta di realismo magico che sembra albergare in García Márquez come l’istinto di sopravvivenza alberga nel cuore di un leopardo. Una delle caratteristiche che spiccano di più in questo autore, infatti, è l’incredibile abilità nello sfumare i confini tra la realtà e l’immaginazione ad un livello tale da far convivere in perfetta armonia il soprannaturale con la concretezza.

Dodici perle “dipinte a mano”, con una intensità tale che faticherete a credere che si tratta di semplici racconti. Nove di essi meritano di essere letti almeno una volta nella vita. Non ve ne pentirete.