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Diary – Chuck Palahniuk

“Alle cose che non capisci puoi dare qualsiasi significato”

Quando si legge un libro di Palahniuk non ha alcun senso, a metà libro, dire: “ok, ho capito tutto!”. Sarebbe una grossa perdita di tempo. Ed io, immancabilmente, cado nel tranello. Non resisto. Lo dico. Poi me ne pento e mi sento un’emerita cretina.
Perché, facciamocene una ragione, non avremo capito nulla fino alla fine. E spesso bisognerà prendersi del tempo anche a libro finito, per rielaborare e “cercare di capire se abbiamo capito”.
Dire che il nostro Chuck è assolutamente geniale vuol dire minimizzare il suo talento. Non ci sono aggettivi capaci di descriverlo. Forse riuscirò a far intendere il suo genio solo affermando che è uno scrittore superlativo assoluto.
Il tema trattato, di volta in volta, potrà piacere o non piacere. Non discuto sul fatto che le immagini che utilizza siano cariche di quella dose senza veli di realtà nuda e cruda, ancora sanguinolenta e palpitante, che non tutti e non sempre gradiamo.
Palahniuk prende la realtà, la strappa dal mondo, e ce la mostra. Senza fronzoli. Senza riguardi.
Ci costringe a fissare le cose per quelle che sono. Senza raccontarci fandonie inutili.
La sua grandezza sta nel concepire ogni dettaglio. Nel cucire insieme pezzetti, per presentarti quel Frankenstein che nessuno amerebbe. Ma che è nostro figlio.
Ed è uno di quegli scrittori che o li ami o li rifuggi.
Io lo amo. E non credo sia poi una novità per chi mi conosce.
Sono anche consapevole del fatto che non lo amo per la sua “crudezza”. Lo amo per come riesce a inanellare tutto. A descrivere senza appesantire. A rendere dolce un’immagine violenta e a spogliare e rendere abietta la figura più mielosa.
E non amerei la stessa storia, se fosse scritta in maniera diversa da qualcun altro.
Perché è così. Ci sono storie che ti si appiccicano addosso a prescindere. Storie che, anche se le raccontasse qualcun altro, in modo differente, le ameresti lo stesso.
Con Palahniuk non concepiresti nulla di diverso. Perché è il suo stile. Il suo ritmo. L’occhio dietro alla misura che apprezzi. Non la misura in sé.
La sua capacità di alchimia.
In un periodo in cui riesco a divorare un libro in tre giorni, per metabolizzare le sue storie mi serve il triplo del tempo.
E non riesco a staccare i miei neuroni da lì.
Il libro in questione, finito di leggere due giorni fa, è DIARY.
Quando conobbi Palahniuk fu, come per molti è stato, con FIGHT CLUB.
Da quel giorno sono passati anni, e ricordo che appena finito quel libro mi capicollai in libreria e feci incetta di tutti i suoi romanzi.
All’appello mancava solo Diary – appunto – perché la libreria ne era momentaneamente sprovvista.
E un mesetto fa, finalmente, mi sono ricordata. L’ho comprato. Ed eccolo qui.
Parlare della trama di un romanzo di Chuck è sempre un po’ un casino, perché non c’è mai un solo vero argomento. Di intrecci, poi, ce ne sono diversi. Quindi, a meno di non spoilerare, si rischia di risultare sommari.
Se comunque avete proprio necessità di sapere di che parla, beh, in soldoni gli ingredienti sono:
Una donna sulla quarantina
Suo marito in coma
Un diario per l’eventuale risveglio
Un’isola come una lisca di pesce
Tanti tanti tanti raccapricci da gestire
La pittura.
Non dico altro. La ricetta è un po’ come quella per preparare la sacher torte. Va intuita lì per lì.
Posso solo dire che, anche alle persone che non amano il linguaggio forte, lo consiglio.
Perché di un libro si possono amare tante cose. E anche odiare. Però è sempre bene conoscere, seppur per criticare.
Quindi leggetelo e fatemi sapere.

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Recensione di
Evey

Sono Eva, 34 anni, laureata in Lettere e Filosofia e in Storia e Critica dell'Arte. Da 8 anni collaboro come consulente editoriale con tre grossi nomi dell'editoria.
Lettrice, pittrice, bassista, viaggiatrice on the road. Lavoro al mio primo romanzo e seguo corsi di criminologia.
Chiedetemi di Palahniuk e di Massimo Picozzi...

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