Diario di scuola – Daniel Pennac

Diario di scuola (Chagrin d’école) è un romanzo-saggio autobiografico dello scrittore francese Daniel Pennac (Casablanca, 1944), uscito in Francia nel 2007 e tradotto e pubblicato in Italia l’anno dopo. Il libro ha ottenuto il Premio Renaudot nel 2007 tra grandi polemiche, poiché non era tra i testi selezionati per concorrere.

Pennac, che ha svolto il mestiere di insegnante per quasi trent’anni, ci lascia riflessioni e testimonianze molto interessanti. Tanto più interessanti poiché il punto di vista è quello di un professore che, a suo tempo, è stato un cosiddetto “somaro”.
Egli sa dunque meglio di chiunque altro, per la sua esperienza di studente e anche per i contatti che ha avuto con studenti difficili nella sua carriera di docente, che la scuola non è frequentata soltanto dai ragazzi più dotati e motivati: quelli sono anzi alunni “facili”, che apprendono rapidamente, contribuendo in maniera vivace e costruttiva al dialogo educativo. Accanto a questi, però, c’è la folla dei cattivi studenti, di quelli che non ce la fanno, di quelli che non provano alcun interesse per qualunque materia scolastica.
A volte però dietro il “somaro” c’è un bambino, o un ragazzo, a disagio: più lento degli altri, ad esempio, o distratto da una dolorosa vicenda personale o familiare. Lo scrittore ci invita a non dimenticare quelli come lui, anzi a recuperarli allo studio e alla società.

Il piccolo Daniel aveva una spiccata sensibilità, non era privo né di intelligenza né di interessi, era arguto; ma aveva delle difficoltà a livello cognitivo che lo rendevano più lento degli altri nell’apprendimento. L’autore descrive in maniera molto efficace, e dolente, il bisogno di benevolenza e la solitudine e la vergogna di chi si sente perso «in un mondo in cui gli altri capiscono».
Diario di scuola trasmette un messaggio di amore e di fiducia: di amore verso gli studenti e di fiducia verso la scuola. Lo scrittore ripete più di una volta che a salvarlo e a fare di lui un buon professore sono stati alcuni insegnanti innamorati del loro lavoro.

Il libro si compone di una serie di riflessioni e aneddoti, più o meno estesi, raggruppati intorno ad alcuni temi che sono riassunti dai titoli delle parti in cui il romanzo-saggio è suddiviso.
Non mi sembra un testo da proporre per intero ai ragazzi: è un libro piuttosto lungo e complesso e rischia, presso i giovani, di risultare noioso. Diversi docenti invece lo assegnano da leggere (anche in sole due settimane, come se i libri non richiedessero di essere meditati!): molti ragazzi non lo leggono affatto e si limitano a ripetere riassunti e commenti “copiaincollati” dalla rete, più o meno attendibili.
Sarebbe invece utile leggerne in classe degli stralci e discuterne insieme agli studenti. I ragazzi sono i migliori giudici della scuola e degli insegnanti e da loro si può imparare molto. Soprattutto quando affermano, come si legge in qualche forum studentesco, che Diario di scuola descrive un insegnante completamente diverso da quello che ha assegnato da leggere il libro.

Tutti noi che svolgiamo questo mestiere dovremmo effettivamente porci queste domande: se il modello proposto da Pennac sia valido e, in caso affermativo, se siamo capaci a nostra volta di applicare il suo metodo; nel caso in cui il modello non ci convinca, come potrebbe essere corretto. Perché di certo il problema delle «rondini tramortite», il problema dei “somari”, non può essere eluso: farlo significa già, automaticamente, aver rinunciato al proprio ruolo.
Alcuni di noi condividono molto con Pennac: il dolore e la rabbia che ci assalgono quando ci rendiamo conto di aver tenuto una lezione senza anima; la convinzione dell’importanza della grammatica, del dettato, della memorizzazione, della valutazione, purché adoperati come strumenti per andare oltre, per insegnare e per imparare, per comprendere e comprendersi, per abituarsi ad una disciplina dell’intelletto; la percezione dei danni prodotti dal consumismo sfrenato, diventato anche un nuovo rifugio per i “somari”; il rifiuto di ghettizzare, a priori, i ragazzi difficili…

Il libro è istruttivo e di piacevolissima lettura. A differenza della Classe di Bégaudeau, troppo disfattista nel suo realismo, Diario di scuola si apprezza forse proprio per quello che si potrebbe definire un suo difetto: l’eccesso di romanticismo.
C’è bisogno di romanticismo. Il mestiere di insegnante ha bisogno di passione, della passione un po’ folle di chi, nonostante tutto, crede ancora che si possano conquistare i ragazzi alla curiosità, al sapere.

I successi che riscuotiamo ci restano più impressi rispetto alle sconfitte e agli errori e noi stessi tendiamo ad enfatizzarli: è umano, ed è successo anche a Pennac.
D’altra parte sono trascorsi più di dieci anni da quando lo scrittore ha lasciato la scuola e in questo lasso di tempo, in Francia come in Italia, molto è cambiato e la situazione è complessivamente peggiorata. È sempre più difficile essere ottimisti.
Tuttavia bisogna resistere. Insegnare la grammatica, cercando di abituare i ragazzi ad un certo rigore logico; leggere racconti e storie agli studenti cercando di scoprire il genere prediletto da ciascuno; discutere di attualità con i giovani leggendo i giornali; cercare di coltivare i migliori facendoli cimentare in prove più impegnative e tentare ogni strategia per tenere a galla i “somari”.
Sì, ci vuole decisamente il romanticismo dei don Chisciotte per svolgere il nostro mestiere!

Un’altra recensione, che concorda nel giudizio assolutamente positivo, si può leggere qui.