Dialoghi con Leucò – Cesare Pavese

Autore prolifico di versi, di romanzi, di saggi e di traduzioni, Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 1908 – Torino, 1950) concluse la sua vita suicidandosi in una camera d’albergo. In quell’ultima notte portò con sé i suoi Dialoghi con Leucò, pubblicati nel 1947.

Il libro si compone di ventisei dialoghi (+ 1) i cui protagonisti sono uomini, eroi e dei dell’antico mito greco. L’unico personaggio che ricorre due volte è la ninfa Leucotea, che dà il titolo al libro (e allude a Bianca Garufi, una delle donne amate senza corresponsione da Pavese: “leukós” in greco vuol dire “bianco”).

Gran parte delle opere di Pavese è caratterizzata dal mito, inteso dallo scrittore come mistero ancestrale e terribile, che conferisce ai suoi scritti le tipiche atmosfere allusive e oscure; ad esso si collega naturalmente la sua poetica simbolica. Questo tema rispecchiava un interesse nato dalla lettura di autori antichi e moderni, ma trovava anche consonanze profonde nell’animo dell’autore. Ad un certo punto della sua vita, peraltro, lo scrittore condusse studi specifici, di carattere etnologico, antropologico e psicologico di cui il mito era parte essenziale. I Dialoghi con Leucò nascono da questo insieme di passioni e di umori.

L’opera è tra le più difficili di Pavese: non per la lingua, limpida e sintatticamente piana, bensì dal punto di vista dei significati. Emergono infatti alcune tipiche ambiguità del pensiero dell’autore. Il tempo mitico più remoto, quello dei Titani e dei mostri, è il tempo dell’orrore, della ferinità e del sangue (L’ospite, I fuochi…), ma anche di una comunione tra uomo, divinità e natura poi irrimediabilmente perduta (La nube…); il tempo mitico più recente, quello degli dei dell’Olimpo governati da Zeus, è invece il tempo della luce, della ragione e del sorriso, ma anche quello della capricciosa e perfino crudele indifferenza della divinità verso gli uomini (Il fiore…). Anche il rapporto col femminile e con la sessualità entra nell’opera accompagnato da sentimenti contrastanti di attrazione e paura (Il toro, In famiglia…).

In ogni caso il mito diventa metafora di una visione tragica dell’esistenza. Pavese intendeva dare ai suoi miti una valenza universale, come è di tutti i miti. In realtà, come è stato scritto, ha finito col riversare in questi dialoghi la propria esperienza personale, i tormenti interiori che non gli davano pace fin dall’infanzia, il non-senso di una vita che lui percepiva condannata all’impotenza e alla sofferenza (La madre, La strada…).