Depilando pilar – Andrea G. Pinketts

Ce l’avevo grosso e molle. […]. Be’, in realtà non è che fosse poi così molle.”

Supponiamo mi trovassi in libreria e volessi provare un nuovo autore (o autrice). Cosa e come sceglierei?

Ci sono alcuni elementi che possono aiutarmi nella scelta, frutto certamente di esperienze e gusti personali. Innanzi tutto mi rivolgo a quanto esposto sugli espositori, che spesso contengono le ultime novità, magari raccolte per autore o genere. Do quindi un’occhiata alle copertine e ai titoli, che rappresentano dei primi filtri: se ad esempio sono rappresentati vampiri o rose, oppure il titolo contiene le parole “cuore”, “amore” o “cerbiatto”, li scarto senza pensarci due volte. Il passo successivo è la lettura della sinossi e di qualche brano all’interno. Solitamente scelgo le prime righe, poi una pagina a caso presa nel mezzo.

Fu così che tempo fa venni attratto dal un libro di David Sedaris: “Mi raccomando, tutti vestiti bene”. In quel caso c’era un forte contrasto tra il titolo (una tipica frase da ambiente familiare) e il pupazzo “dummie”, svestito, raffigurato sotto quelle parole. Il primo racconto cominciava in maniera molto ironica, citando le convenzioni della famiglia dell’autore (appena trasferitasi in un nuovo quartiere) in merito ai rapporti con i vicini. Lo presi subito. In effetti diventai un fan di Sedaris – l’ho anche recensito su questo spazio.

depilando pilar - andrea g. pinketts

Passiamo invece a “Depilando Pilar”: il titolo di quest’ultimo mi ha incuriosito. La copertina riporta il disegno di una bella donna stilizzata, come in un fumetto, vestita solo di calze a rete, con in mano un rasoio, mentre attorno a lei si trova il risultato dell’attività depilatoria: alcuni peli e un fiumiciattolo di sangue.

Gli elementi suddetti mi hanno fatto pensare a una storia in cui thriller e comicità si mescolassero, ottenendo un contrasto interessante. L’introduzione del romanzo recita pressappoco così:

“Il pelo è la base. La pelle è l’altezza.”

Questo mi ha dato l’idea di un autore abile a giocare con le parole, strappandomi un sorriso.

L’inizio del primo capitolo era invece simile a quanto riportato all’inizio di questo post. Insomma il tutto mi sembrava molto divertente, così acquistai il libro.

Inoltrandomi nella lettura, ho scoperto due cose:

1. Le prime righe di ogni capitolo, con le considerazioni su dimensioni e rigidità, sono identiche tra loro – cambia solo l’oggetto di tali riflessioni. A volte si percepisce una forzatura, pur di ripetere il giochino del “Ce l’avevo grosso e molle”. Mentre la prima volta può far sorridere (della serie: “Ma… A che si riferisce??? Aaaaaah, ecco: all’alluce!”), la seconda, riferita al “senso dello stupore”, può far pensare “Ma come, pure qui?”, proseguendo la lettura la ripetizione ossessiva fa perdere l’interesse per l’incipit di ogni capitolo (Sì, va be’, abbiamo capito…”). Volendo effettuare un parallelismo con “Alla fine di un giorno noioso” di Massimo Carlotto, anche in quest’ultimo viene spesso (non sempre) utilizzata una stessa frase (il titolo) come incipit di vari capoversi, ma lì:

  • La frase non viene adattata, forzandola, per esprimere un concetto in maniera bizzarra solo per ripetere l’espressione (a differenza di “Ce l’avevo grosso e molle. Il senso della privacy, intendo.”)
  • L’incipit passa in secondo piano perché la lettura del testo che gli fa seguito è ciò che interessa il lettore (cioè il sottoscritto) – il “contenuto” è di importanza primaria rispetto allo stile (comunque valido)

2. Il titolo e l’introduzione su pelo e pelle rappresentano la sintesi stilistica del romanzo. Avete presente quei disegni di Escher in cui ci sono delle scale che vengono percorse in più sensi, come se non esistesse la forza di gravità a determinarne il verso di percorrenza? E in un angolo trovate una figura umanoide con in mano uno strano oggetto che riassume le caratteristiche salienti dell’intero quadro? Ecco, l’opera di Pinketts è piena di giochi di parole; talmente piena da rasentare l’esercizio di stile. E proprio nel titolo “Depilando Pilar” ritroviamo la ripetizione e la parafrasi del celebre “Aspettando Godot”.

Cosa aggiungere? Be’, il romanzo è anche un omaggio alla città di Milano, con le sue vie, i taxi, il mondo degli studi televisivi appena sfiorato (leggi: televendite). I personaggi sono strampalati e non ci si poteva aspettare diversamente. La storia sembra cominciare in maniera curiosa per poi perdersi, come già detto, nello stile, priva di una fabula intrigante.

Da tempo il finale di un romanzo non mi porta a rivedere il mio giudizio sull’intera opera. Di conseguenza, ho interrotto la lettura di “Depilando Pilar” a circa tre quarti. D’altronde lo stesso autore ammette di aver faticato nel trovare una conclusione. Caveat emptor.