Del resto e di me stesso – José Saramago

Da troppo tempo non tornavo ad un autore per me irrinunciabile e a mio parere degno di trovare spazio nei libri di letteratura: il portoghese José Saramago (Azinhaga, 1922 – Tías, 2010). Romanziere di grande valore, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1998, lo scrittore portoghese si è cimentato con molti generi diversi. In particolare, tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 del Novecento (siamo agli sgoccioli della dittatura fascista in Portogallo), l’autore si dedicò alle cosiddette “cronachette”, brevi pezzi che uscivano periodicamente sui giornali e che poi venivano raccolti in volumi. Un gruppo di questi articoli è stato pubblicato nel 2018 in Italia sotto il titolo Del resto e di me stesso: sono 47 e provengono da due distinte raccolte originarie contenenti pezzi del periodo compreso tra il 1968 e il 1972: 21 da Deste mundo e do outro (altre cronachette di questa raccolta sono uscite in Italia nel 2013 sotto il titolo Di questo mondo e degli altri) e 26 da A bagagem do viajante.

Le “cronachette” sono per lo più riflessioni (raramente racconti) dedicate a temi di attualità, di costume, di arte e letteratura e alla più varia umanità. Alcune possono risultare non immediatamente chiare a chi non conosce personaggi ed eventi della cultura e della storia del Portogallo; altre, decisamente troppo cerebrali, possono non incontrare il gusto del lettore; ma nella maggior parte dei casi si leggono senza difficoltà e colpiscono, come spessissimo accade con gli scritti di Saramago, per la lucidità del ragionamento e per la passione sottesa. Molte “cronachette” sono assai critiche nei confronti della politica e del costume portoghese (Saramago non ebbe vita facile sotto il regime) e la denuncia, spesso ironica, è tanto più amara perché l’autore amava immensamente la sua terra natale: tra i pezzi migliori va ricordato senz’altro Questa parola speranza, sulla vuota retorica del potere che stordisce il popolo; ma è piuttosto valido, col suo sottile sarcasmo, anche Alla gloria di Acácio, in cui Acácio rappresenta l’ “eroe” portoghese, conformista, banale e servo del potere. Lasciando da parte politica e attualità, è suggestivo il pezzo di apertura La città, che in forma di racconto simbolico/allegorico mostra quanto sia difficile guardare dentro noi stessi; è invece toccante nella sua semplicità la vicenda (autobiografica?) raccontata in Un natale cent’anni fa in cui, come nella successiva (ma meno efficace) cronachetta Il ponte, la parola del bambino, così autentica, e così saggia perché intrisa di sogno e di poesia, resta inascoltata.

Nonostante lo sguardo perfino spietato sulla realtà, Saramago conserva un fondo di ottimismo, una speranza rivolta al futuro che si nutre di intelligenza (L’odio per l’intellettuale: uno dei pezzi migliori), di cultura (anzitutto storica, Andare e tornare), di pace (Solo per gente di pace). Un’utopia irrealizzabile, forse. Tale dovette sentirla in seguito lo scrittore, che nelle opere successive si rivela sempre più cupo.

Non tutti i pezzi sono ugualmente efficaci, ma tutti contribuiscono ad arricchire il mosaico del pensiero e dell’opera di un autore che ha attraversato il XX secolo e lo ha vissuto intensamente, meditando su tutti gli eventi salienti e su tutti i fenomeni più rilevanti. E le sue cronachette, così assolutamente “portoghesi”, descrivono in realtà l’intero nostro mondo globalizzato, che proprio negli anni ’60 e ’70 del Novecento affonda le proprie radici e che tutti riconosciamo, perché ne facciamo parte.