Dalla libreria al cinema #44 – Fahrenheit 451

«Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini» scrisse Heine nel XIX secolo. E in effetti non è difficile rintracciare nella storia più nera dell’umanità roghi di libri e di persone, vittime di autorità repressive e assassine. Dunque non è solo fantascienza distopica, quella proposta dal romanzo di Ray Bradbury (Waukegan, 1920 – Los Angeles 2012) Fahrenheit 451 (col titolo The Fireman, 1951; col titolo attuale, 1953).

Negli Stati Uniti del futuro, che hanno vinto due guerre atomiche dopo il 1960 e su cui incombe la minaccia di un nuovo conflitto, non è consentito possedere e leggere libri. Il corpo dei vigili del fuoco, armato di lanciafiamme invece che di pompe, ha il compito di scovare e bruciare i libri superstiti. Guy Montag ha trent’anni, lavora come vigile del fuoco da dieci, è sposato con Mildred e guadagna abbastanza da potersi concedere qualche piccolo lusso. Tuttavia un’inquietudine sottile lo rode: i libri lo incuriosiscono, e questa pericolosa attrazione cresce dopo gli incontri con la giovane Clarisse e con il vecchio Faber. A questo punto sarà impossibile per Montag continuare a vivere come ha fatto fino ad ora, anche se questo significa diventare un fuorilegge.

Il romanzo è suddiviso in tre lunghi capitoli che corrispondono ai tre momenti principali della vicenda, dal primo incontro con Clarisse, che incuriosisce e incanta Montag portando in superficie i turbamenti che lui cercava di tenere sopiti, fino alla conclusione all’insegna della libertà e della resistenza. Se le prime pagine possono risultare un po’ lente e faticose (questo probabilmente mi scoraggiò, una ventina di anni fa, quando cominciai a leggere il romanzo per la prima volta e lo abbandonai), nel prosieguo la narrazione acquista ritmo e vigore diventando sempre più coinvolgente ed emozionante.

Mentre seguiamo la progressiva presa di coscienza di Montag, vediamo anche muoversi intorno a lui altri personaggi: la moglie Mildred, che come tanti si stordisce con le pareti animate (pareti trasformate in televisori giganteschi che avvolgono letteralmente lo spettatore), con la conchiglia radio nelle orecchie e, quando tutto questo non basta, con le pillole; il capitano dei vigili del fuoco Beatty a cui l’età consente di ricordare il tempo in cui i libri non erano vietati; la giovane ribelle Clarisse con la sua famiglia di dissidenti; il vecchio Faber che non ha ancora smesso di credere in un mondo diverso.

E sullo sfondo, ma perfettamente delineato e inquietante, vediamo questo mondo futuristico in cui vengono chiamati “famiglia” i personaggi televisivi che intrattengono per intere giornate il pubblico a casa; in cui non c’è spazio per le emozioni e si perde memoria del passato anche recente, storditi da una quotidianità ripetitiva e vacua; in cui le tecnologie più avanzate sono al servizio di un potere spietato, invisibile ma onnipresente (una sorta di Grande Fratello orwelliano), e di guerre planetarie.

Il finale, ambientato in una natura ritrovata, ci ricorda che, se è vero che i libri possono farci anche soffrire e dubitare, questi sentimenti sono tra quelli che più ci rendono umani e non bisogna temerli. L’oggetto in sé non conta, conta ciò che contiene: ogni libro ha in sé un frammento di universo ed ogni libro distrutto ci lascia – allora davvero! – più nudi e indifesi.

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Una quindicina di anni dopo la prima pubblicazione del romanzo, il regista François Truffaut (Parigi, 1932 – Neuilly-sur-Seine, 1984) ricavò dal romanzo di Bradbury il celebre film omonimo interpretato da Oskar Werner nella parte di Montag e Julie Christie nelle parti di Clarisse e di Linda (la Mildred del romanzo).

La pellicola ripercorre la trama del libro con qualche variazione, omettendo alcuni elementi portanti del romanzo (ad esempio, il tema della guerra è solo accennato nel film, mentre ha ampio spazio nell’opera letteraria) e lasciando spazio a nuove idee (come quella di rappresentare gli uomini e le donne di questo futuro distopico che accarezzano e abbracciano se stessi ricercando un calore umano evidentemente perduto). Lo spirito del libro è comunque del tutto rispettato e dal film si alza lo stesso grido che viene dalle pagine e che in realtà è la voce chiara e scandita degli uomini lib(e)ri.