Dalla libreria al cinema #43 – La svastica sul sole & The man in the high castle

Alla vigilia della Festa della Liberazione dal nazi-fascismo, anche se in questo momento la nostra attenzione si concentra giustamente sulla pandemia che ancora dilaga e miete vittime, mi piace proporre un romanzo (insieme ad una serie televisiva) che propone uno scenario alternativo. E se gli Alleati e la Resistenza avessero fallito e la Seconda Guerra Mondiale l’avessero vinta gli altri?

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Quando ho cominciato a seguire la serie L’uomo nell’alto castello su una delle tante piattaforme a pagamento online, ignoravo che alle spalle ci fosse un romanzo. Quando l’ho scoperto, visto che le puntate mi appassionavano sempre di più, mi sono precipitata ad acquistare La svastica sul sole (The Man in the High Castle, 1962) di Philip Dick (Chicago, 1928 – Santa Ana, 1982) e, appena terminate le quattro stagioni della serie televisiva, mi ci sono immediatamente immersa. Il libro è stato per me complessivamente deludente, ma non escludo di essere condizionata dall’impressione vivida che la serie televisiva ha lasciato in me.

Il romanzo è ambientato a San Francisco nel 1962, immaginando però che la Seconda Guerra Mondiale l’abbia vinta l’Asse, e che quindi il mondo sia dominato dalla Germania nazista e dall’Impero Giapponese (all’Italia solo le briciole). San Francisco, come tutti gli Stati Uniti occidentali, è sotto la giurisdizione giapponese; gli Stati Uniti orientali sotto quella tedesca; nel mezzo, uno stato cuscinetto. Mentre le potenze dominanti si confrontano a distanza e si profila la possibilità di un conflitto tra di esse, seguiamo le piccole storie del mercante d’arte tradizionale americana Robert Childan; dell’artigiano di gioielli di origini ebraiche Frank Frink; della sua ex-moglie Juliana Frink, maestra di judo; dell’alto funzionario giapponese Nobosuke Tagomi e di alcuni altri. La Storia, però, potrebbe riservare delle sorprese.

Il racconto scorre un po’ lento, i personaggi non sono tutti pienamente caratterizzati e quello di Juliana appare perfino in qualche misura incoerente. Della situazione politica (che incuriosisce inevitabilmente il lettore) si parla in realtà piuttosto poco, poiché domina la narrazione la descrizione del grigiore delle vite quotidiane dei personaggi. Queste caratteristiche rendono la lettura poco avvincente, con la parziale eccezione della parte finale dove il ritmo narrativo accelera.

Un ruolo importantissimo nel romanzo lo giocano, forse più che i personaggi, due libri: l’I-Ching, l’oracolo cinese che i Giapponesi hanno fatto proprio e che tutti, anche gli Americani, adoperano per trarne predizioni sull’avvenire; e La cavalletta non si alzerà più, un romanzo proibito (che però tutti leggono) di un certo Hawthorne Abendsen, in cui si racconta che la seconda Guerra Mondiale l’hanno vinta gli Alleati e il mondo è diviso nelle due aree di influenza inglese e statunitense. I due libri non potrebbero sembrare più diversi, eppure un filo inaspettato li unisce.

Come in un gioco di specchi, diversi scenari post-bellici si rincorrono e la verità diventa sfuggente. Tanto nel mondo dei personaggi di Dick quanto in quello narrato da Abendsen l’Unione Sovietica è stata abbattuta e l’Europa ridotta a  satellite della potenza dominante di turno. E nessuno di questi scenari corrisponde evidentemente a quello in cui effettivamente viviamo. Come si pone quindi l’autore rispetto alle diverse possibilità? Non è facile dirlo. Evidente è il rifiuto della dittatura nazista, dei suoi genocidi, delle sue violenze, delle sue ambizioni di dominio della Terra e dello spazio; più sfumato sembra il giudizio sulla dominazione giapponese, che si impone piuttosto con il condizionamento e l’umiliazione psicologica, conservando un’apparenza dignitosa e raffinata e rifuggendo dalla brutalità fisica. D’altra parte il mondo descritto da Abendsen nella Cavalletta non ha i tratti positivi che potremmo aspettarci: la società è infatti minata dal consumismo e dalla conflittualità tra le potenze dominanti.

Cosa dovremmo pensare, dunque? Che il 1962 in cui l’autore viveva apparisse ai suoi occhi come il “migliore dei mondi possibili”? Oppure, ricordando che erano gli anni della Guerra Fredda e del terrore nucleare, che per Philip Dick qualunque scenario, infine, si equivalesse? e che per l’individuo una dimensione valesse l’altra, perché la sua restava una vita anonima, incerta, grigia, perfino angosciosa, sicuramente impotente?

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La serie televisiva ha colto poco più che lo spunto dal romanzo. La prima stagione corrisponde in linea di massima al libro, poi la sceneggiatura prende il volo in maniera completamente autonoma (a dire il vero, esistono due capitoli che avrebbero dovuto far parte di un secondo romanzo mai portato a termine a cui gli sceneggiatori si sono evidentemente, ma sempre vagamente, ispirati per le stagioni successive). Alcuni dei personaggi più interessanti sono inventati di sana pianta, come l’Obergruppenführer John Smith e la sua famiglia, per citare l’esempio più eclatante; e così tanti eventi, come quelli legati alla Resistenza.

Indubbiamente la serie utilizza tutte le strategie che consentono di attirare e tenere avvinto lo spettatore, compresa una (a volte eccessiva) proliferazione di personaggi e di sotto-trame; ma in ogni caso è un prodotto di buon livello, che denuncia i soprusi dei dominatori (anche qui con un po’ più di indulgenza verso i Giapponesi), la manipolazione delle coscienze, la spietata volontà di potenza, rappresentando questi orrori in maniera ampia ed efficace, a tratti perfino scioccante. A differenza del romanzo, però, la serie porta in scena anche un’opposizione, una Resistenza che cresce e si batte per tutti gli esclusi e i perseguitati.

La visione di Dick è più cupa e spietata – forse più realistica? Quella della serie soddisfa certamente di più l’esigenza del pubblico medio che ha bisogno di un ritmo vivace, di un lieto fine e prima ancora di eroi; però denuncia, avvince, regala interessanti personaggi a tutto tondo, vicende appassionanti, commoventi, disturbanti; intrattiene piacevolmente e fa riflettere.

La serie televisiva dà una speranza – forse semplicistica? In effetti no: a ben pensarci, è la speranza che ha animato tutte le Resistenze della Storia.