Dalla libreria al cinema #42 – La strana storia del pianista sull’Oceano

Raramente il film tratto da un libro regge il confronto. Ma nel caso del monologo teatrale Novecento pubblicato da Alessandro Baricco (Torino, 1958) nel 1994 e del film La leggenda del pianista sull’Oceano che ne ha tratto Giuseppe Tornatore nel 1998, è davvero arduo per me dichiarare una preferenza. In piccola parte influisce probabilmente il fatto che io abb

ia visto il film prima di leggere il libro, sicché a tutt’oggi, vent’anni dopo, non riesco a rileggere il testo senza avere davanti agli occhi il volto candido e stralunato di Tim Roth. Ma di certo siamo davanti a due narrazioni, seppur diverse, entrambe di valore.

Un giorno dell’anno 1900, sul piroscafo Virginian, viene ritrovato un neonato abbandonato. I passeggeri sono tutti già scesi, rintracciare i genitori è impossibile; il marinaio Danny Boodman decide di occuparsi del piccolo e gli dà il nome di Danny Boodman (come lui stesso) T.D. Lemon (come la scritta sulla scatola di cartone in cui il bimbo è stato lasciato) Novecento (come l’anno della sua nascita). Anni dopo il marinaio muore in un incidente, ma il bambino resta sul Virginian e scopre di possedere un talento straordinario per il pianoforte. Negli anni Novecento diventa una leggenda: è l’eccezionale e stravagante pianista sull’Oceano che non è mai sceso dalla sua nave. Anche quando, dopo la seconda guerra mondiale, il piroscafo dovrà essere demolito e sarà portato al largo carico di dinamite, Novecento non vorrà abbandonarlo.

Il libro è un breve, toccante monologo sulla paura di vivere, espressa attraverso la metafora del pianoforte. Con i suoi 88 tasti il pianoforte è qualcosa di finito, su cui però l’ispirazione di Novecento può creare infinite variazioni, infinite melodie; ma il mondo fuori dalla nave è un pianoforte troppo grande, che solo Dio può suonare. Novecento ha provato a scendere dal piroscafo, una volta; ma arrivato al terzo gradino della scaletta è tornato indietro: ha solo intravisto le infinite scelte che può comportare una vita tra le strade del mondo e ne è rimasto terrorizzato.

Il monologo è delicato e struggente e qualche compiaciuto virtuosismo della scrittura non toglie fascino al libro e al suo protagonista.

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Un’altra recensione al libro si può leggere -> qui.

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Quattro anni dopo la pubblicazione del libro, Giuseppe Tornatore (Bagheria, 1956) ne ha tratto un film imponente che dura ben 165 minuti. In un’intervista rilasciata all’epoca il regista ha spiegato di aver colto, nell’esile libriccino, «un’anima epica» che ha voluto sviluppare nel suo film.

La sceneggiatura ha quindi aggiunto una cornice narrativa e degli episodi che nel monologo non sono presenti, oppure ha ampliato il racconto di eventi solo accennati; ma lo spirito del libro è stato rispettato, con le sue note malinconiche, ma mai tragiche, capace di far sorridere tra le lacrime.

E le musiche originali di Ennio Morricone costituiscono la colonna sonora ideale ad accompagnare la trasposizione cinematografica dell’opera letteraria.

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Ho proposto due volte il monologo di Baricco ai miei studenti negli anni passati, e poi di nuovo mi sono trovata a leggerne un estratto quest’anno durante un corso di approfondimento dedicato ai libri. Ogni volta con la stessa emozione, ma anche con la persuasione sempre più forte che quella di Novecento sia stata una vita “a metà” e che la paura dell’ignoto non debba paralizzarci al punto da rinunciare a un’esperienza o a un’emozione. Non si può rinunciare a vivere per paura di non esserne capaci.