Dalla libreria al cinema #42 – La madre della psicoanalisi

Anche se in questo momento le urgenze legate all’epidemia di Coronavirus tendono a monopolizzare la nostra attenzione, non voglio lasciar passare la giornata dedicata alle donne senza un cenno. Perciò ho deciso di condividere oggi la storia di una donna che ha fatto la storia, ma che la storia ha rischiato di cancellare.

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Quando nel 1977 lo psicoanalista, scrittore e accademico Aldo Carotenuto (Napoli, 1933 – Roma, 2005) entrò casualmente in possesso di alcuni documenti rimasti sepolti negli scantinati dell’Istituto di Psicologia di Ginevra, non tardò a rendersi conto di aver ritrovato un autentico tesoro. Quelle carte, studiate e indagate, hanno dato origine ad un importantissimo libro, Diario di una segreta simmetria (1980, 19992), da cui poi è stato tratto il bel film del 2002 di Roberto Faenza Prendimi l’anima.

Agli albori della psicoanalisi si colloca – come è noto – il lavoro di Freud e di Jung; ma il professore Carotenuto ha restituito il giusto posto anche ad una donna, la dottoressa Sabina Spielrein, di cui si era persa memoria: suoi erano infatti i documenti rinvenuti in Svizzera. Ebrea russa nata a Rostov nel 1885, dal 1904 paziente di Jung in Svizzera e poi sua appassionata amante, psicoanalista a sua volta, Sabina ha lasciato con i suoi studi un’eredità per nulla trascurabile, che solo appunto negli ultimi quarant’anni è stato possibile riscoprire. Insieme alla sua intensa, affascinante e drammatica storia personale.

Se il libro del professore Carotenuto dedica, come è ovvio, amplissimo spazio alle questioni psicoanalitiche (riportando però anche tante delle lettere personali scambiate tra Freud, Jung e Sabina nonché il diario di lei), il film di Roberto Faenza segue invece prevalentemente la storia personale di Sabina, dalla sua adolescenza turbata dalle violenze paterne e dalla morte della sorellina alla relazione con Jung, dalla rottura tra i due (Jung era sposato e non seppe, non volle, sostenere lo scandalo) al ritorno in Russia, fino al tragico epilogo.

Nei primi anni Venti, rientrata definitivamente in Russia col marito Pavel e la figlia Renate (poi sarebbe nata anche Eva), Sabina lavorò insieme a Vera Schmidt nella “Casa dei bambini” soprannominata anche “Asilo Bianco” per il colore delle pareti e delle suppellettili. In questa struttura, che pare sia stata inizialmente frequentata anche da un figlio di Stalin, l’impostazione dell’insegnamento era molto moderna: era infatti fondata sulla psicoanalisi e dava spazio all’educazione sessuale e alla libera e originale espressione dei bambini. La psicoanalisi fu però bandita dal regime e l’asilo venne chiuso. Ridotta al silenzio, Sabina continuò a vivere in Russia e vide scomparire alcuni dei suoi cari nelle repressioni staliniste; finché nel 1942, durante l’occupazione nazista, rimase uccisa insieme alle figlie nell’orrendo massacro di ebrei (27.000 vittime!) della sinagoga di Rostov.

Donna moderna, studiosa di alto livello e una delle prime a praticare la psicoanalisi, Sabina si trovò così stritolata tra le due orrende dittature che insanguinarono l’Europa e il mondo nel secolo scorso. Non abbiamo più notizie di sue pubblicazioni dopo il 1923 (tranne una del 1931), quindi dal tempo del suo rientro in Russia; dopo la sua morte per mano tedesca si era perso perfino il ricordo della sua esistenza.

Grazie alla sorte e al professore Carotenuto, e grazie ai film e ai documentari (non c’è solo Prendimi l’anima), che dal Diario di una segreta simmetria hanno tratto spunto, oggi tutti noi possiamo conoscerla. E possiamo affermare – anche con un po’ di enfasi, perché no? – che la nuova scienza della psicoanalisi ha avuto due padri certamente, Freud e Jung, ma anche una madre, Sabina Spielrein.