Dalla libreria al cinema #26 – La storia di Ipazia

Sono ormai quindici anni che ho abbandonato gli amati studi di filologia classica, tuttavia mi è rimasta l’eredità di un’attenzione (filologica, appunto) nella lettura e nell’analisi dei testi che ritengo molto preziosa e che cerco costantemente di affinare. Quando, su uno scaffale basso e seminascosto della Feltrinelli, mi è capitato tra le mani Ipazia. La vera storia (2010) della storica e giornalista Silvia Ronchey (Roma, 1958), ho ritrovato proprio quella impostazione di lavoro a me familiare e cara, per di più applicata ad una vicenda che mi ha sempre appassionata. Lo sfondo è l’Egitto tormentato alle soglie del Medioevo, la protagonista una donna affascinante e misteriosa.

Ipazia è la figlia del filosofo pagano Teone e vive ad Alessandria d’Egitto tra il IV e il V sec. d.C., nel tempo in cui il Cristianesimo è ormai  unica religione ufficiale dell’Impero Romano. Scienziata, filosofa e teurga, insegnante brillante, Ipazia si dedica con passione ai suoi studi. Quando però la situazione precipita e gli scontri tra cristiani, pagani ed ebrei si acuiscono, la donna viene massacrata da esaltati monaci parabalani su istigazione del vescovo Cirillo (in seguito santificato).ipazia

Silvia Ronchey ripercorre con estrema puntualità tutte le fonti tardo-antiche e medievali intorno alla vicenda fino ad arrivare alle rielaborazioni moderne, cercando di liberare il campo dalle deformazioni che ha subito nel corso dei secoli e di offrire la ricostruzione più vicina possibile al vero della vita, dell’opera e della tragica morte di Ipazia. L’omicidio della filosofa si rivela così di natura non religiosa bensì politica, nell’ambito della lotta per il potere combattuta tra le istituzioni imperiali rappresentate da Oreste e quelle ecclesiastiche rappresentate da Cirillo. Questo quadro è certamente meno suggestivo e avvincente della leggenda che ha fatto di Ipazia una martire del libero pensiero e perfino, ante litteram, del femminismo; ma questo non impedisce alla Ronchey di concludere giustamente che, ovunque e in qualunque momento dovesse riproporsi una situazione simile, «saremo sempre dalla parte di Ipazia». Bisogna infatti, e oggi come allora si rivela urgente, uscire dalla logica mistificata e mistificante dello “scontro di civiltà” e ragionare seriamente in termini di integrazione: valore altissimo che, secondo la studiosa, Ipazia ha rappresentato al suo tempo e di cui, a tutt’oggi, può esserci maestra contro ogni involuzione arrogante, autoritaria e violenta.

Personalmente non posso negare che, se da un lato trovo naturalmente doveroso l’approccio storico e filologico di Silvia Ronchey (anche se non facilmente accessibile al largo pubblico), dall’altro lato mi piace anche coltivare un certo mito di Ipazia, indulgendo perfino a qualche (piccola) deformazione che può offrire, anche proprio ad un pubblico esteso, spunti di riflessione di grande importanza e attualità. Per questo ho amato molto il film Agorà (Ágora) che nel 2009 il regista Alejandro Amenábar (Santiago del Cile, 1972) ha dedicato alla storia della filosofa alessandrina.

Il film, uscito in Italia nel 2010 dopo essere stato lungamente osteggiato dalla Chiesa di Roma, prende il titolo dalla parola greca che indicava la piazza cittadina, centro di scambi commerciali e culturali e anche, nei periodi più bui, luogo di scontri e violenze.  Il regista si è concesso diverse libertà (come già altri prima di lui) nel ricostruire la storia della vita e degli studi di Ipazia, facendone addirittura la precorritrice delle scoperte di Copernico, Galileo e Keplero. In realtà non è probabile che opere rivoluzionarie di Ipazia siano state fatte scomparire dopo il suo brutale assassinio (che non fu compiuto come il film racconta, bensì in maniera molto più atroce) e noi comunque sappiamo ben poco, concretamente, delle sue scoperte. Resta però la verità di fondo: la donna restò vittima dell’intolleranza dei cristiani fomentata da un vescovo esaltato, il famigerato Cirillo (peraltro, ribadisco, in seguito santificato: Silvia Ronchey osserva giustamente che la Chiesa di Roma, che negli ultimi vent’anni ha chiesto perdono per molti episodi oscuri (basta ricordare Galilei e Bruno), per Ipazia non ha speso neppure una parola).

un-character-poster-di-rachel-weisz-per-il-film-agora-di-amenabar-133964Il film propone un’immagine di Ipazia appassionata e battagliera e al tempo stesso molto femminile e seducente nonostante (o forse proprio per) la sua scelta di castità: questo ritratto non corrisponderà pienamente alla verità storica (che per molti aspetti resta fumosa), ma è comunque aderente ad alcuni dei racconti degli antichi e conferisce un fascino ineguagliabile alla figura della filosofa. Inoltre la pellicola ripropone in maniera molto efficace e realistica il clima di crescente intolleranza e violenza da parte dei cristiani contro i pagani (e gli ebrei), mostrando come i perseguitati dei secoli precedenti fossero diventati persecutori e assassini non meno fanatici e crudeli.

Proprio questo è l’importante e ancora attualissimo spunto di riflessione che il film ci offre. La storia dell’uomo è costellata, fino ad oggi, di scontri religiosi sanguinosi e atroci: naturalmente la diversità di credo è solo un pretesto, dietro il quale (come anche nel caso del vescovo Cirillo) si celano interessi e conflitti di altro genere, politici, economici o anche personali; tuttavia la religione è stata e continua ad essere un ottimo pretesto, che permette di trascinare a qualunque impresa masse sterminate di persone accecate da una fede intransigente e ottusa. Contro questa follia, che nega ogni umanità e fa precipitare l’uomo in un abisso di efferatezza, mi piace citare la frase che pronuncia Ipazia nel film, quando il vescovo Sinesio cerca di convincerla a farsi battezzare per avere salva la vita (non ricordo le parole precise, ma il senso è rispettato): “Voi non mettete in discussione ciò in cui credete. Io questo non posso farlo”. Nessuna Chiesa dell’umanità è immune da orrori: riconoscerlo in maniera onesta e spassionata è l’unico passo corretto, in questo campo, verso il progresso.

Se tutti noi fossimo capaci di seguire l’esempio di Ipazia (anche della Ipazia storica, quale emerge dal libro della Ronchey), condividendo la sua lucidità, la sua capacità di mettere in discussione le certezze acquisite e di ritenere ammissibili posizioni diverse dalla propria, sarebbe impossibile trasformarci nelle marionette delle guerre di religione (e di qualunque guerra). Per ottenere questo obiettivo è necessario diffondere il pensiero, la cultura, il senso critico, insegnare il rispetto e la solidarietà. E il film di Amenábar, anche se filologicamente non del tutto attendibile, può dare un importante contributo in questa direzione di civiltà.