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Dalla libreria al cinema #15 – Orlando

Avevo già letto e amato diversi romanzi di Virginia Woolf, Mrs. Dalloway su tutti ma anche Gita al faro o Le onde, e quindi mi sono accostata alla lettura di Orlando con un carico forse eccessivo di aspettative, che purtroppo sono andate in parte deluse.

Il titolo in lingua originale (Orlando: A Biography) ci mette subito sull’avviso: non abbiamo tra le mani un romanzo qualsiasi bensì la biografia fittizia quanto straordinaria di un nobile adolescente sul finire del 1500, il quale, raggiunta la trentina, si risveglia donna e come tale vivrà (pur non disdegnando di calarsi ancora in abiti maschili), senza invecchiare, fino alla prima metà del 1900.
Fedele alla propria cifra stilistica, Virginia Woolf mette in primo piano i moti dell’animo a scapito degli eventi materiali e dunque poco importa del perché Orlando si ritrova a vivere una così incredibile avventura.
L’autrice non se lo domanda mai, non tenta di fornire al lettore una seppur poco plausibile spiegazione, Orlando stesso non si scompone né si stupisce, si limita ad essere testimone del mutare dei tempi.

L’unico interesse che sembra stargli davvero a cuore è la letteratura e il componimento poetico, alla cui stesura dedica gran parte della sua esistenza.
Il linguaggio della Woolf è ricco, inebria il lettore ubriacandolo di aggettivi e descrizioni, al punto tale però da rendere la lettura prolissa e a tratti noiosa.

Esattamente vent’anni fa, nel 1992, l’inglese Sally Potter ha curato la regia della trasposizione cinematografica.
Una pellicola insolita, surreale, fedele nella sostanza ma diversissima nella forma: se il romanzo, con il suo fluire di parole, rievoca l’incessante scorrere di un fiume, il film invece è piuttosto statico, quasi didascalico, i dialoghi ridotti all’osso e accompagnati da lunghi silenzi.

Tilda Swinton, con la sua diafana bellezza, incarna Orlando e ne rappresenta le varie metamorfosi. Nei panni della regina Elisabetta I l’istrionico Quentin Crisp, che con le sue vicende personali ispirò la bellissima Englishman in New York di Sting. Ed infine una piccola chicca per i nostalgici degli anni Ottanta, rappresentata dal cameo di Jimmy Somerville (ricordate i Bronski Beat?), irresistibile soprattutto nell’allucinato finale.

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