Dal letterario al filmico – Andrè Gaudreault

La narratologia: perchè?

La narratologia sarebbe pure una disciplina utile: tiene in esercizio il cervello, aiuta a capire la genesi di una storia, cosa si racconta e come, anche a seconda dell’effetto che si vuole ottenere. Quando, però, supera i limiti del buon senso e il confine tra teoria originale e sega mentale diventa così sottile da scomparire, ci si chiede: perchè? Perchè scrivere un libro, una tesi universitaria (mi è successo con la tesi triennale e forse accadrà anche con la specialistica…) che mescola ovvietà e pareri personali, troppo soggettivi per essere condivisibili da un pubblico che non sia di nicchia?

Il testo di riferimento è Dal letterario al filmico, di Andrè Gaudreault. Il rispetto per questo professore universitario, per il suo corso di studi e la sua attività, non può giustificare delle perplessità su questo libro. Il suo scopo principe è quello di individuare un’istanza narrante, quel narratore astratto, che si porrebbe tra l’autore in carne e ossa e le parole scritte sulla pagina, o le immagini sullo schermo cinematografico. In sostanza: esiste un autore che scrive fisicamente un testo, ma quando questo è letto, o guardato, tra tale autore e il fruitore s’interpone un’altra entità, chiamata di volta in volta in modo diverso: narratore, narrator, mostratore, narratore fondamentale, meganarratore, megamostratore.

L’originalità nella scelta dei nomi, però, non è accompagnata da una freschezza di idee: è normale, infatti, pensare a qualcosa di astratto, di indipendente dalla volontà del narratore e certamente influenzato dagli occhi del lettore, o spettatore; è anche legittimo sostenere che il narratore filmico è più difficile da nascondere rispetto a quello scritturale perchè i movimenti di macchina e il montaggio ne segnalano sempre la presenza. Ma: non è qualcosa che salta all’occhio? E non basterebbero poche pagine per puntualizzare qualcosa di noto, che magari è solo implicito? Qual è l’utilità profonda di una dissertazione simile, in cui non si fa che sovrapporre strati di teorie, idee, opinioni troppo personali, per riaffermare – solo con parole e formule diverse e un po’ irritanti, che non portano molto lontano – l’ovvio?