Da lontano sembrano mosche – Kike Ferrari

Sono rari i romanzi capaci di stupire all’ultima pagina, anzi alle ultime righe; ed è un pregio da mettere in evidenza. È questo il caso del breve romanzo Da lontano sembrano mosche (Que de lejos parecen moscas, 2011) dello scrittore argentino Kike Ferrari (Buenos Aires, 1972).

Tutto comincia quando il signor Machi, un uomo tanto ricco quanto torbido, scopre un cadavere nel bagagliaio della sua Bmw da 200.000 dollari. Il morto è irriconoscibile a causa di un colpo di pistola che gli ha spappolato la faccia, ma a Machi non interessa stabilire chi sia: vuole solo disfarsene, il prima possibile e possibilmente senza lasciare tracce. Inizia così la giornata più lunga e tormentata del protagonista. Ma cosa riserverà la sera?

Il romanzo, scritto in maniera molto chiara e accessibile, è suddiviso in parti, ciascuna col proprio titolo: le prime due e le ultime due sono ambientate nel presente della narrazione, le altre trattano alternatamente il presente e il passato. Nel presente della narrazione campeggia il personaggio di Machi, un self-made-man ignorante e senza scrupoli, cocainomane, puttaniere, arrogante e cinico, ma anche tormentato da un complesso di inferiorità a causa delle proprie origini modeste; proprio l’evento misterioso e drammatico del cadavere nel bagagliaio fa riemergere i dubbi e le insicurezze del personaggio. I flashback permettono invece al narratore di dare spazio ad altre figure: la moglie di Machi, Mirta, di estrazione sociale ben più elevata rispetto a lui, esasperata dagli eccessi del marito che per giunta la tratta con indifferenza e sufficienza; la figlia Luciana, che studia Filosofia e convive con uno scrittore che si guadagna da vivere con un lavoro modesto, scelte che il padre non condivide; il figlio Alan, che a sua volta ha una vita sentimentale inaccettabile agli occhi del padre, e tante altre.

Il puzzle della vita di Machi si ricompone gradualmente, ma quello del delitto? Il libro ci lascia con un maggior numero di domande che di risposte. E la storia narrata, che appare realistica seppure a tratti grottesca, in conclusione si rivela anche e soprattutto la metafora della resa dei conti con i propri demoni.