Cuore cavo – Viola Di Grado

“Continuai a crescere. Si sa che all’interno del corpo ogni crescita in eccesso è un tumore. Crescendo invadevo mia madre. Ero la sua malattia.”

Dopo il successo di “70 acrilico 30 lana“, torna Viola Di Grado con il suo stile più volte definito “innovativo”. Anche qui, l’autrice descrive il difficile rapporto tra una ragazza, Dorotea Giglio – ex studentessa di scienze biologiche – e la madre single; ritroviamo il concetto di padre assente.

“Ero così ottimista da sperare che la morte avrebbe posto fine alle mie sofferenze. Sono morta di ottimismo.”

La prospettiva della narrazione è successiva alla morte di Dorotea. L’aldilà somiglia al limbo nel film “Ghost”, ma senza successivi paradiso e inferno: una (non-)esistenza nella terra dei vivi, con possibilità quasi nulle di interagire con il mondo reale. Nel frattempo la decomposizione del corpo viene accuratamente riportata nel diario dalla ex biologa.

Incontriamo morti comuni, come Euridice la scrittrice, e altri appartenenti alla pop culture, come Amy Winehouse.

Dorotea ha la possibilità di stare vicina al genitore nevrotico in un modo che da viva non le era così facile; per il resto, però, la mancanza di comunicazione tra loro è una prosecuzione del rapporto avuto in vita.

Sullo sfondo, una Catania insensibile, città che non reagisce alla morte della ragazza: la gente continua a uscire, comprare, mangiare, fare sesso.

Dorotea torna in casa di Lorenzo, l’ex che l’aveva lasciata tempo prima, definito evidenziando un rapporto basato sul sesso, mascherando la di lui mancanza di coinvolgimento emotivo:

“Homo sapiens da appartamento, mansueto sul divano ma aggressivo al buio della carne. Il suo sperma, la notte, segnava il territorio come piscio di cane.”

Curiosamente, i morti non sanno più leggere ma possono scrivere e ricordare a memoria brani letti in vita. L’autrice esplora la morte nei detti e nelle frasi fatte. Troviamo molti giochi di parole…

“Aspetto. Aspetto come all’interno di una bomba disinnescata. Aspetto di avere un aspetto.”

… a volte non esaltanti:

“Aspetto, ma in fondo al petto il cuore non tiene più il conto. Uno, due, tre… Stella? No, ancora fango.”

E il motivo sarebbe il seguente:

“Ora che i vivi non ci sentono più, le nostre parole ci restano dentro, crude e malconce, bistecche avariate. Ce le rigiriamo sulla lingua, instancabilmente, le nostre parole-carogne, fino a farne giochi di parole: non possiamo farne altro. Rime, allitterazioni, che altro possiamo farne?”

Alla monotonia di una vita priva di affetti, le eroine dell’autrice rispondono in modo simile. In questa storia la protagonista gioca con le parole e riesce a parlare solo con i suoi simili, così come in “70 acrilico 30 lana” Camelia esprimeva l’instabilità della sua vita cucendo puzzle improbabili partendo dai vestiti trovati nei cassonetti e si dedicava alla scrittura del cinese. Forse c’è un mondo in cui la solitudine riesce a esprimersi e interagire, ma non è condivisibile con chi ci sta più vicino.

Detto questo, “Cuore Cavo” si legge con piacere. La Di Grado si conferma ottima manipolatrice di parole e il suo stile personale la pone come una felice novità nel panorama letterario italiano.