Come belve feroci – Giuse Alemanno

La storia comincia in Puglia, con l’omicidio di una coppia, cui assiste il “problematico” figlio Massimo che, per una serie di coincidenze, sfuggirà alla stessa sorte insieme al cugino Santo. Entrambi riparano in un (apparentemente) tranquillo paesino della Val Camonica, meditando vendetta. Ma mentre si nascondono dall’intreccio malavitoso del paese d’origine, rischiano di finire in guai più grossi, tra cocaina, istituzioni corrotte e sesso hardcore.

Il titolo “Come belve feroci” sembra un voluto incrocio tra “Come una belva feroce” del malvivente/consulente-di-Tarantino Edward Bunker e “Le belve” di Don Winslow. Il testo inizia bene, con un mix di violenza (anche sessuale) e chiacchiere, che ricorda vagamente sia il già citato Quentin che il David Lynch di “Velluto blu”. Alle scene iniziali molto crude seguono altre pagine più tranquille che spiegano come si è arrivati all’omicidio iniziale. Tuttavia a metà il romanzo sembra perdere forza: tutto succede facilmente, non ci sono particolari rischi per i vari personaggi e i loro delitti in pubblico: videosorveglianza, testimoni – mai nulla; abbondano le descrizioni di rapporti sessuali più delle scene di violenza in quanto tale (che mi aspetterei da un romanzo dichiaratamente d’ispirazione post Tarantino); i dialoghi sono prolissi, ripetitivi (soprattutto tra i due cugini) e pieni di scambi colloquiali di cui si potrebbe fare a meno: siamo lontani dalle dissertazioni di Quentin su testi di Madonna, mance alle cameriere o massaggi ai piedi; più si va avanti, meno la storia sembra plausibile, con carnefici e vittime consapevoli che convivono senza che trapeli neanche uno sguardo traditore o un lieve e giustificabile sospetto. Volendo fare un paragone in terra nostrana, “Diario pulp” di Strumm riesce a creare atmosfera e personaggi sopra le righe così da rendere la storia credibile pur nel suo essere surreale; qui questo non accade. Speravo che il finale risollevasse il tutto ma ho avuto una doppia delusione. Peccato.