Chine immaginarie#55 – Devil, l’uomo senza paura – Frank Miller, John Romita Jr.

In casa Marvel c’è grande fermento.
E’ il 1964 e la creatività di Stan Lee vive il suo acme di genialità.
Con la formula “super eroi con super problemi” – vero filone aureo che ha visto nascere tanti eroi in calzamaglia popolari (su tutti lo stupefacente Uomo Ragno ndr) – Lee decide di alzare la posta in gioco.
Esagera, stupisce… per poi tornare un poco indietro sui suoi passi.

Mi spiego meglio.
Matt Murdok è un personaggio fenomenale nella sua genesi.
Ragazzo di periferia (esca dalla stanza chi ha pensato ad Eros Ramazzotti), immerso in un contesto molto difficile (nessun eroe prima di lui è stato così sul filo tra legalità e criminalità, salvezza e perdizione), sfida la vita con ardimento e quell’incoscienza tipica dei giovani.
Matt è figlio di suo padre, un uomo grande e grosso, semplice nei modi e ruvido sul ring.devil padre pugile
Matt è figlio di una madre, assente ingiustificata, figura compianta.
Il ragazzo è strutturato sulla graniticità del padre e sulla mancanza di dolcezza della figura materna (non possiamo considerare le grandi e dure mani del padre un palliativo contro la malinconia).devil padre
Matt, un ragazzo come tanti altri, smarrito in un mondo difficile che richiede prezzi altissimi da pagare.
Il giovane scavezzacollo cresce quindi ben piantato nei sani principi di suo padre.
Ma viene il giorno in cui, per il giovane Matt, quei saldi principi diventano croce e fardello negli anni a venire.
Matt Murdok perde la vista in un incidente in cui salva una vecchietta e grazie (a causa) di sostanze tossiche/radioattive e quant’altro acquisisce una sorta di radar sensoriale…aspettate un attimo, qui dobbiamo scindere in due filoni distinti la genesi dell’eroe.
Nella concezione di Stan Lee, il papà di Devil, Matt Murdok perde la vista e acquisisce (senza troppe spiegazioni) questo dono; quasi fosse un risarcimento.

daredevil radar
Nella rilettura di Frank Miller, il piccolo Matt perde la vista, perde di lì a poco il padre e potrebbe perdere molto di più se non fosse per un mentore sconosciuto (all’inizio) e fermamente motivato a trasformare il piccolo scavezzacollo nel Daredevil che conosciamo.

Miller picchia duro, da subito, e saggia il terreno per quello che sarà il fumetto più bello della narrazione di Daredevil, la paura più grande che possa affrontare un uomo in calzamaglia.
Ma andiamo con ordine.
L’autore Miller è un giovane disegnatore/sceneggiatore all’epoca dei fatti.
In se lavora ad una sublimazione delle tematiche che gli stanno più a cuore: il peccato, il riscatto, l’humus oscuro che genera il male e il bene che lo combatte, il confine invisibile che divide le due facce della stessa medaglia.
(tematiche ricorrenti in molti lavori di Miller).
Daredevil rappresenta un buon viatico per testare le sue idee; in primis perché è un eroe locale.
Devil avrebbe vita breve al di fuori di Hell’s Kichen, le sue scorribande sono una spina nel fianco per il malavitoso geniale e granitico che è Kingpin, niente di più.

devil coatto
Matt Murdok, che nella vita lavora come avvocato per cause dei poveri, non ha influenze politiche o economiche da sfruttare nella sua crociata.
Daredevil è un eroe che ha più limiti tra le maestranze Marvel (togliendo Sentry che vive un dramma diametralmente opposto) eppure, malgrado tutto, lotta.
La cecità diventa una maschera (quasi) perfetta dietro cui celare l’eroe dal vestito rosso e le corna da diavolo che svolazza tra i tetti terrorizzando i criminali.

devil super coatto
Grazie all’intervento di Miller, Daredevil si affranca dall’immaginario legato a Batman (incubo dei criminali e mente analitica superiore) e a Spiderman (battuta pronta e acrobazie eccezionali) per guadagnarsi uno spazio tutto suo, con codici di riferimento univoci. Se Lee ha creato un Daredevil ibrido e per molti versi incompiuto, Miller ha creato Devil, l’uomo senza paura di farsi carico della sua missione da eroe.