Chine immaginarie #8 – The walking dead – Il lungo cammino (vol.2), Robert Kirkman, Charlie Adlard

Attenzione! Questa recensione può contenere tracce di anticipazioni e residui semi lavorati di critica…nonché qualche zombie di passaggio.

Abbiamo lasciato un gruppo sparuto di sopravvissuti di fronte alla paura e all’insicurezza portata da una manciata di zombie.

Si fa la conta dei vivi (che viceversa, per carità, non si finirebbe mai) e si tenta di rimarginare, nelle reciproche solitudini, le ferite emotive che in una sola notte hanno scosso il gruppo.

Rick deve far fronte alla perdita di una persona che credeva amica, al leader fino a quel momento indiscusso e all’uomo che gli ha consentito di ricongiungersi con la propria famiglia, da una parte, dall’altra mai avrebbe immaginato finisse così con Shane. Mai avrebbe voluto scorgere nei suoi occhi la folle rabbia e men che mai avrebbe voluto che il figlio Carl fosse coinvolto.

Ma “the walking dead” è anche fatto di scelte dure e piene di responsabilità.

I sopravvissuti prendono la strada, preferendo l’incertezza della fievole speranza alla sentenza di morte per immobilismo.

Freddo, dubbi, zombie e fame, li accompagnano.

In questo volume intravediamo per la prima volta le dinamiche sociali che diverranno un marchio di fabbrica per la serie.

Prima d’ora, qualunque film sugli zombie mostrava solo l’impatto con la piaga dei non-morti accontentandosi di raccontare con vari artifici ansiogeni la lotta per la sopravvivenza. Qui Robert Kirkman pone l’accento su tutto il resto.

Introspezione sulla morte (o non vita).

Procesi di leadership.

Relazioni sentimentali e accoglienza del prossimo.

Tutto questo senza mettere mai gli zombie come sfondo accidentale.

La tensione è tangibile. Sempre.

Le tavole di Charlie Adlard, che ha preso le redini del comparto disegni (ma le copertine sono sempre di Tony Moore), ci regalano sempre uno sguardo sui vaganti ma allo stesso tempo rendono bene i pericoli della vita fuori, che diventano pressanti e visibili sui volti dei personaggi.

Come procurarsi il cibo?

Come restare caldi?

Come andare avanti dopo la perdita (e spesso il ritorno in altra forma) di un proprio caro?

Come fidarsi di altri sopravvissuti?

I quesiti si susseguono in crescendo per sfociare in una corsa disperata – a metà volume – con noi lettori precipitati nell’apprensione degli ultimi sviluppi di un incontro inaspettato.

Non posso essere più chiaro di così in questo frangente.

Sarebbe un delitto spiattellarvi chi è ancora della partita e chi invece è passato a miglior vita(!?).

Dovete viaggiare con loro, stipati in un maleodorante camper, per tutto il tempo necessario, dovete imparare a godere la compagnia di persone totalmente differenti da voi da risultare antipatiche e infine dovete cedere alle convenzioni sociali, azzerate dalla piaga apocalittica, per farvi una seppur minima idea dell’unità che si instaura nel gruppo.

La sensibilità dei personaggi si misura con la fede, con la speranza, e si attesta su livelli diversi, quindi è facile l’equivoco; laddove per uno c’è perdita per l’altro c’è ghiotta opportunità. E una prigione diventa Eden.