Chine immaginarie #61 – Dalla libreria al cinema #45 – Snowpiercer

Il successo del recente film Parasite, che anche io ho molto apprezzato, mi ha spinta ad approfondire la conoscenza del regista coreano Bong Joon-ho che – devo ammettere la mia ignoranza – non avevo mai sentito nominare prima. E con grande entusiasmo, vista la mia passione per le narrazioni fantascientifico-distopiche, mi sono avvicinata a Snowpiercer, il suo film del 2013, che pure ho trovato di notevolissimo valore. Facendo qualche ricerca, ho poi scoperto che questo film ha alle spalle un fumetto francese, Snowpiercer (Transperceneige), che originariamente comprendeva tre volumi: La morte bianca (Le Transperceneige, 1984; ripubblicato come L’Échappé, 1999), Il geoesploratore (L’Arpenteur, 1999) e La terra promessa (La Traversée, 2000), il primo opera di Jacques Lob (Parigi, 1932 – Château-Thierry, 1990) e Jean-Marc Rochette (Baden-Baden 1956) e gli altri due di Benjamin Legrand (Parigi, 1950) e Jean-Marc Rochette. Nel 2015, quindi successivamente al film, la saga si è chiusa con l’ultimo episodio, Terminus, opera di Olivier Bocquet e dell’immancabile Jean-Marc Rochette.

Una catastrofe ambientale di cui non vengono indicate le cause (ma il responsabile assai probabilmente è l’uomo) ha reso il mondo una landa ghiacciata e desolata. I pochi sopravvissuti hanno trovato rifugio sullo Snowpiercer, un treno dalle mille e una carrozza che percorre il mondo senza mai fermarsi, autosufficiente e autoalimentato. Sul treno si è creato un microcosmo socio-politico che ripropone le diseguaglianze e i soprusi del potere che l’uomo ben conosce dall’età della pietra. Al tempo stesso la clausura obbligata dentro spazi angusti (per quelli di terza classe davvero opprimenti) rende uomini e donne più che mai aggressivi e vittime della depressione, della superstizione e della droga. Nel prosieguo della saga si scopre che lo Snowpiercer non è solo, perché c’è un altro treno, il Wintercrack, che a sua volta attraversa il mondo con il suo carico di umanità devastata, vittima di un potere che deforma la realtà e condiziona le menti per mantenere il controllo. Ma quando un segnale proveniente da lontano spinge a modificare la rotta alla ricerca di altri sopravvissuti, i precari equilibri si spezzano. Nell’ultimo capitolo, infine, i superstiti devono compiere la scelta più difficile per la sopravvivenza del genere umano: restare nell’oasi-laboratorio dei “controllori” o ripartire alla ventura. Su questo sfondo si collocano vari personaggi e soprattutto si svolgono le storie dei ribelli, di coloro che non accettano passivamente lo stato delle cose e non intendono soccombere senza lottare, sia che cerchino la propria salvezza personale (come Proloff) sia che tentino di guidare i superstiti ad una nuova terra promessa (come Puig); al loro fianco, non meno determinate, si muovono le figure femminili di Adeline e Val, donne volitive e tenere, amori che colpiscono come fulmini e che hanno il sapore quasi dimenticato del sentimento vero.

I disegni, tutti realizzati da Rochette, si presentano ben nitidi e più luminosi nella Morte bianca, mentre si fanno sfumati e cupi nei volumetti successivi (a partire dal Geoesploratore viene introdotto anche il colore, nell’edizione italiana mantenuto solo in Terminus).

Un racconto «duro, amaro e soffocante», come lo voleva Lob, fino alla Terra promessa, pur con delle differenze: nel primo volume prevalgono la tematica politica e la condanna delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali; nel secondo e nel terzo si impone lo scenario distopico, con la manipolazione delle menti e i segreti del potere. Terminus, in cui si mescolano memorie dei campi di concentramento nazisti e tematiche ambientali, ha invece raccolto l’eredità del film: non solo in qualche tratto della trama (la piccola Yona che vede al di là delle porte porta lo stesso nome ed ha lo stesso potere di uno dei personaggi del film) e nei toni che tendono talora al grottesco, ma soprattutto nella tenue speranza a cui si apre nel finale.

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Bong Joon-ho (Taegu, 1969), nel realizzare il suo film (liberamente) tratto dal fumetto si è ispirato in particolare alla Morte bianca; ha modificato però non solo molti dettagli della trama ma anche alcuni elementi sostanziali, dando vita ad un film potente che ha decisamente superato il suo pur valido modello (Rochette e Legrand, peraltro, sono stati coinvolti direttamente nella realizzazione del film e vi hanno anche personalmente partecipato: il secondo compare tra i passeggeri di coda in un breve cameo; il primo ha prestato la sua mano al personaggio, anche lui dei passeggeri di coda, che disegna ritratti a mo’ di fotografie).

La fuga personale di Proloff dalla coda del treno fino alla locomotiva diventa nel film la ribellione della terza classe sotto la guida di Curtis, il quale sarà fino in fondo artefice del proprio destino, al di là di tutti i condizionamenti e di tutte le manipolazioni.

Il film dura più di due ore, ma l’attenzione dello spettatore resta viva grazie ad un ritmo serrato che al tempo stesso non sacrifica l’introspezione. Non mancano scene di terribile crudezza come anche di inaspettata tenerezza e di tragica comicità, fino ad una conclusione in cui il bianco abbagliante delle nevi che hanno sepolto il mondo diventa per la prima volta luce di speranza.