Chine Immaginarie #4 – Post coitum, satire di un tardo impero – Makkox

In principio era il Post(.it), sito di informazione e approfondimento, la qual cosa, già con questi soli connotati, era cosa buona e giusta.

Poi, dalla costola satirica, spuntò un librone di formato anomalo in cui l’autore, Makkox, è stato capace di convogliare in tratti d’inchiostro e parole raggrumate, la forza di un sorriso (amaro), la capacità di far pensare (nero) e l’effimera (forse) consapevolezza di essere ancora in grado di guardare obbiettivamente e dal di fuori la melma della politica italiana.

In uno scenario in cui la realtà riesce a superare sempre la fantasia, saper porre accenti nuovi a eventi ampiamente sviscerati dai giornali – fare satira potente – è arte pura.

Post coitum è la raccolta delle vignette di Makkox, genio narrativo in punta di pennino nelle vesti di filtro, che fotografa il declino Berlusconiano.

Attraverso il suo sguardo severo vediamo l’animo nudo dei politicanti, laddove il Re è nudo da un pezzo a riempirci gli occhi di disgusto.

La sua satira coglie sempre da angolazioni impossibili, come un tennista al colpo vincente; mette la la palla lì, oltre l’avversario, che non l’ha vista nemmeno partire ma sente lo scroscio degli applausi e sa di averla presa dove non batte il sole.

Le vignette di Makkox sono droga pesante, bisogna soffermarsi sui dettagli, concentrare la visione sul disegno poi leggere bene il testo e infine unire il tutto per goderne la bellezza.

Mi sembra quasi di parlare di un pittore ed è questo il punto per chi come lui descrive così bene un istante e fa ritratti tanto precisi.

Potrete non apprezzarne il tratto a volte “futurista” per quanto si possa chiamare così un disegno che somiglia, a mio parere, al fumo di sigaretta esposto alla folle velocità di una macchina in corsa.

Linee dritte si allungano a rivendicare lo spazio verticale.

Figure schiacciate e longilinee (o rotondette, dipende dai soggetti).

I testi poi hanno una struttura simile, con l’ulteriore sfortuna di essere corposi (nonché pregni di significato) e quindi sacrificati quasi al cospetto del disegno.

C’è un non so che di graffiante nella sua opera, qualcosa che lascia una traccia residua di complicità da mascalzone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amo Makkox e spero che lo amerete anche voi.