Cent’anni di solitudine – Gabriel Garcia Marquez

Non c’ è niente di meglio che iniziare l’autunno con un libro che possa richiamare i suoi colori caldi e rassicuranti, attraverso parole che a tinte decise e oltremodo coloristiche riescono a dipingere sogni e prodigi, reinterpretare fantasticamente la realtà, scandagliare i sentimenti più reconditi dell’animo umano. Sto parlando del magico libro uscito dalla penna del premio Nobel Gabriel Garcìa Màrquez, “Cent’anni di solitudine”. Scrivere la recensione di un romanzo significa cercare di intuire ciò che l’autore ha voluto esprimere, centrare il messaggio fondamentale. Per questo è difficile farlo, soprattutto quando, come in questo caso, il libro è considerato un capolavoro della letteratura.

“Cent’anni di solitudine” è stato votato come seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta.  Narra la storia di sei generazioni della famiglia Buendìa, famiglia in cui coesistono storie e vicende che intrecciandosi, creano una trama intessuta e impreziosita da sogni e illusioni, superstizioni e desideri, dando vita a quel “romanzo ideale” che secondo l’autore “è capace di rivoltare la realtà per mostrarne il rovescio”.

Filo portante del romanzo sono infatti il mito e la fantasia, che ribaltano le vicende, le mostrano in un’ottica capovolta, e per questo più affascinanti e ipnotizzanti. Màrquez diventa con questo romanzo il promotore di quel “realismo magico” dove realtà e fantasie sono separate da confini non sempre percepibili, cangianti, che arrivano a scomparire e a creare un mondo dove il mito e il vero si confondono.

Lo stile dell’autore è uno stile meravigliato di fronte alle prodezze della vita. Quasi con occhi infantile si descrive il mondo, di cui infatti nelle prime pagine si dice: “il mondo era così recente che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. Con questo stile rapido e ineffabile, favolistico e deciso, l’autore porta al centro del romanzo una condizione che da sempre tocca l’animo umano, quello, come è specificato nel titolo, della solitudine. Una solitudine che tocca i vivi così come i morti. I protagonisti del racconto credono di vivere esperienze uniche, amori straordinari, prospettano un futuro scintillante, pieni di crocevia di avventure. Ogni personaggio è pregno di forti sentimenti ma così chiuso nelle sue fugaci illusioni da inabissarsi nella più profonda e irrimediabile delle solitudini. Allo stesso tempo i morti non trovano pace, vagano fino a tornare sulla terra e diventare amici di coloro che avevano odiato in vita.

Il tutto avviene nella cittadina di Macondo, riflesso del paese natio dell’autore. L’atmosfera del romanzo, la sua forza evocativa, fanno di questo paese un luogo mitico, dove si incrocia il più cattolico degli uomini, con gli zingari portatori delle usanze più strane, così da creare una folla di gente che ben rispecchia la moltitudine dei pensieri e sentimenti umani.

In questo universo di solitudini incrociate, l’insieme dei personaggi è un prisma attraverso il quale vediamo multiformi figure. Vi potrei parlare della forte e mai abbattuta centenaria Ursula, o dello stravagante colonnello Aureliano Buedìa, finito a vendere pesciolini d’oro. Della bellissima Remedios, delle pergamene di Melquìades, della forza di Fernanda, della stravaganza del Secondo Aureliano. Ma a che servirebbe? Solo sperimentando direttamente la lettura ci si può immergere in questo mondo dove nulla è causale, ma tutto è sorprendente. Dove con poche parole si condensa l’inafferrabilità del senso della vita; dove sulle pagine il lettore trova proiettato le proprie illusioni, i propri sogni e a volte la propria solitudine.